“Volevo nascondermi”. Un film sulla vita del pittore e scultore Antonio Ligabue

Da storico dell’arte ero davvero impaziente di assistere a questa pellicola, memore dello sceneggiato degli anni Settanta con l’indimenticabile Flavio Bucci che ho apprezzato moltissimo e, soprattutto, per l’amore che mi lega a questo pittore, soprannominato “il Van Gogh della Val Padana”.

Uomo dalla vita difficile e dolorosa Antonio Ligabue, ma che nell’arte ha trovato una via di espressione ed auto-narrazione potentissima. Lo studio ormai da tanto tempo, trattando di lui in diversi ambiti e occasioni.

Ero certa che l’opera del regista Giorgio Diritti, uscita nel 2020 e dal titolo emblematico “Volevo nascondermi”,  non mi avrebbe delusa e avevo ragione.

Come amo sempre ricordare ai miei lettori, quando recensisco film riguardo la vita e l’opera di artisti, non è affatto semplice condensare nei tempi cinematografici la varietà e la complessità dei fatti concernenti il tema specifico, ponendo in rilievo nella maniera più efficace i tratti salienti di una vita intera, delle sfaccettature del carattere del personaggio.

A maggior ragione, in questo caso, la difficoltà era abbastanza importante, poiché agli eventi di vita era necessario “abbinare” e porre in dialogo la complicata e intricata personalità ed interiorità del pittore Ligabue.

Ciò che ho molto apprezzato e che è stata scelta ben ponderata dal regista, a mio parere, è stata la narrazione dell’infanzia che ha arricchito di suggestivi flashback il film. Questo aspetto, ad esempio, era assente nello sceneggiato che vedeva come protagonista Bucci, che pur se ho amato moltissimo e reputo fatto davvero molto bene, non aiutava nella comprensione di molti aspetti del carattere del pittore adulto.

 La vita del Ligabue è stata disseminata di numerose e grandi sofferenze, mancanze, disagi sociali, psicologici ed emarginazione che nel film sono assolutamente ben poste in risalto, come ad esempio, il famoso rapporto con le due madri: quella naturale (poi morta assieme ai fratellini dell’artista per aver mangiato della carne avariata), Maria Elisabetta Costa, che, in modo commovente appare in sogno al Ligabue in punto di morte e il rapporto con la genitrice adottiva, che fu causa dell’espulsione del diciannovenne Antonio dalla Svizzera, dove era emigrata sua madre naturale e dove lo stesso era cresciuto (molto fu il tempo che trascorse negli istituti per ragazzi difficili)  e nato nel dicembre del 1899. Tra l’altro da questo aspetto è anche più comprensibile il suo rapporto con le figura femminile in generale, che è molto ben illustrato in un documentario a cui sto per fare riferimento.

La ricostruzione dei fatti reali della vita del pittore è stata ripresa con molta fedeltà e addirittura ho trovato davvero interessante la citazione di uno dei documenti visivi più importanti che siano stati mai girati sul pittore, poiché è lo stesso che vi appare in diversi momenti che lo ritraggono nella sua quotidianità. Era il 1962, solo tre anni prima della morte dell’artista, avvenuta nel maggio del 1965, per una grave emiparesi che lo aveva colpito e che ormai gli impediva anche di dipingere. Mi riferisco al documentario girato da Raffaele Andreassi, che chiunque si approccia a Ligabue dovrebbe assolutamente vedere.

Altro aspetto che ho subito apprezzato, poiché fondamentale per approcciarsi correttamente al curpus di opere del Ligabue, è stata la messa in evidenza del rapporto ravvicinato e di grande amore che lo stesso nutriva nei confronti del mondo animale, soggetto privilegiato dei suoi dipinti e delle sue sculture realizzate con l’argilla del Po. Infatti, è al mondo animale che l’artista si sente più vicino, perché le creature che ne fanno parte amano incondizionatamente, non emarginano, non sono crudeli, ma vivono la loro vita in sintonia con mondo che li circonda e lottano per la sopravvivenza. Nei suoi dipinti l’uomo, infatti,  è assolutamente marginale; l’animale predomina sempre su di lui. Molto pertinente anche il riferimento all’iconografia della mosca, che fa da contraltare alla farfalla, negli autoritratti dell’autore.

Altro aspetto narrato molto bene è stato quello dell’epoca d’oro dell’artista che, scoperto sulle rive del Po, dal grande pittore della Scuola Romana, Renato Marino Mazzacurati, arriva ad esporre nella prestigiosa galleria romana della Barcaccia, come si evidenzia nel film, raggiungendo successo e  notorietà. A tal proposito devo, però, sottolineare che sarebbe stato necessario curare maggiormente e porre un po’ meglio in evidenza il rapporto tra Mazzacurati e Ligabue, che è stato molto importante, non solo a livello umano, ma anche per la formazione artistica del Ligabue. Ad esempio, lo stesso conobbe attraverso l’artista della Scuola Romana, la figura di Segantini e ne riprodusse uno dei più famosi capolavori: “Le due Madri”, di cui ho tra l’altro trattato qui sul mio sito nella sezione pittura.

Ma veniamo all’interpretazione del personaggio. Antonio Ligabue è stato, a mio parere, magistralmente interpretato da Elio Germano (per questo ruolo vincitore dell’Orso d’Argento come miglior attore), professionista di grande talento che amo moltissimo.

Germano ha saputo cogliere molto bene le peculiarità del pittore, il suo carattere schivo e a tratti irascibile, ma anche la sua dolcezza, la tenerezza e il desiderio mai sopito d’essere amato.

Questo aspetto sentimentale, mite e buono del suo animo, è evidenziato, ad esempio, nel suo innamoramento per  l’ostessa Cesarina e nel ritratto della piccola Elba (datato 1933), figura a cui si fa riferimento nella pellicola, figlia di alcuni contadini che lavoravano i terreni di Mazzacurati, che morirà tragicamente e la cui scomparsa sarà vissuta con grande dolore dall’artista. I gesti, i movimenti, il modo di parlare, di rapportarsi con le persone in generale e con quegli affetti che lo hanno circondato malgrado la solitudine,  sono stati studiati e portati sul set dall’attore in maniera eccellente. Basta guardare il documentario a cui ho fatto riferimento precedentemente, per appurare questo aspetto e il legame viscerale che il Ligabue viveva con l’arte. Ma veniamo ai caratteri più generali di questo film. Ho trovato molto suggestivi i luoghi che vi hanno fatto da sfondo: i paesaggi naturali e urbani che narrano della provincia di Reggio Emilia, Gualtieri nello specifico, in cui si svolgono i fatti storici e che compaiono fedelmente nelle tele del pittore. Il tutto ci lascia quindi immaginare, presagire, ciò che Antonio potesse vedere coi suoi occhi, i luoghi vissuti e poi reinterpretati con pennello e colori. Sembra di sentirne i profumi, i rumori più intimi, come quello dello scorrere del Po, sulle cui rive, per lungo tempo, Ligabue ha trovato rifugio lontano dagli altri suoi simili, che spesso temeva e verso cui, sovente, era diffidente. Tutto ciò anche grazie ad uno splendido lavoro fatto dal direttore della fotografia, Matteo Cocco (vincitore per questo film del Globo d’Oro nella categoria miglior fotografia, appunto), che ha lavorato su effetti e scene molto suggestive, che hanno conferito ai fotogrammi di questo lavoro la giusta intensità ed il giusto pathos.

Insomma, potrei scrivere ancora tante pagine su questo film e sul mio adorato Ligabue, ma con questo testo, ho solo desiderato fornirvi il mio punto di vista di specialista in materia e degli spunti  che ritengo importanti per apprezzare meglio quest’opera cinematografica e poterla gustare con la giusta consapevolezza, certa che la amerete anche voi e che sarete invogliati a conoscere meglio questo grande artista.