L’Urlo di Munch, grido dell’anima

Numerose volte mi sono state poste domande in merito all’opera di Edward Munch, tra i maggiori artisti a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento europeo.

La sua attività creativa affascina e turba al tempo stesso, per via dell’interpretazione che lo stesso fa della realtà, una visione che, moltissime volte, appare allucinata, caotica.

La carriera pittorica di Munch ha attraversato, come accade per ogni artista, dei passaggi evolutivi che hanno poi avuto il loro culmine nell’antecedente dell’Espressionismo e nel suo sviluppo e affermazione, attraverso pennellate allungate e vorticose, da cui deriva una pittura a tratti violenta e sconvolgente, per cui è celebre la sua opera. Anche l’uso del colore assume una nuova declinazione, vertendo ad una interpretazione del reale, ma secondo le emozioni provate dal pittore. Esso (il reale) diviene, infatti, innaturale, non descrittivo, piuttosto interpretato.

Per poter leggere correttamente le immagini che scaturirono dal pennello dell’artista norvegese, è necessario comprendere il contesto storico e sociale in cui esso stesso ha vissuto e operato. Innanzitutto, premessa fondamentale a ciò, è la necessità di riflettere sul concetto di psicanalisi, i cui riferimenti più scientifici legati agli studi di Freud sono ben riscontrabili in tanti altri autori del Novecento e in molte testimonianze delle espressioni creative, dalle arti visive alla letteratura. Munch si collocava, a livello artistico, in questo senso, come una sorta di precursore di tale trattazione, visto che la nascita della teoria psicanalitica viene collocata ufficialmente tra il 1895 ed il 1896, due anni dopo l’opera che andremo a trattare tra poco.

Secondariamente, vanno considerati i mutamenti sociali come l’avvento di una modernità a tratti destabilizzante (più tardi la guerra), su cui altri movimenti e artisti, pur se con reazioni diverse, avevano riflettuto e si erano espressi.

In Munch scaturisce così una visione della realtà slegata da una lettura oggettiva, per privilegiare un profondo discernimento interiore in cui il pittore sperimenta con forza i propri sentimenti dinnanzi al mondo attorno a lui: la paura, l’angoscia, la solitudine, la malinconia, l’incertezza del suo tempo, ma anche il sentimento amoroso.

Ma per capire meglio questo complesso concetto che ho qui brevemente e necessariamente enunciato, è fondamentale prendere in analisi il suo più celebre capolavoro e cioè L’Urlo (soggetto che raffigurò più volte con tecniche diverse), nella prima versione, tempera su cartone, datata 1893, oggi alla Galleria Nazionale di Oslo, dipinto che ne decretò la celebrità ed un forte punto di rottura con ciò che idealmente l’arte aveva espresso fino a quel momento. Infatti, nel dicembre di quell’anno, Munch espose, nuovamente a Berlino, alcune sue opere, precisamente presso la Galerie Unter den Linden, tra queste il celeberrimo capolavoro in oggetto. È molto importante tener presente che quest’ultimo è parte di una serie di altre opere in cui l’autore raffigurava altri sentimenti e altre emozioni umane. Questa serie prenderà il nome di Fregio della vita.

A raccontare la genesi dell’Urlo è lo stesso pittore attraverso un singolare racconto: “Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.

Proprio una gita fuori porta presso il fiordo di Ekeberg, fu pretesto per raffigurare questa immagine particolarissima.

In un paesaggio che richiama proprio il fiordo sopracitato ed una strada (dove si vedono due figure maschili in lontananza), una creatura senza identità, dai tratti essenziali, col volto rassomigliante ad un teschio, si prende la testa tra le mani e spalanca la bocca in un urlo fragoroso. Le orbite sono cave, terribili nella loro vacuità. È lo stesso personaggio ad emettere l’urlo e lo stesso a subirlo, assordato dal suo fragore interiore che si scatena al di fuori di sè. L’urlo della natura si fonde con l’emozione provata dal pittore. Dinnanzi a questa, alla difficoltà umana di capirla e dominarla, l’urlo esprime lo sgomento per questa incapacità. Dal punto di vista concettuale, Munch riprende un’idea  romantica, trasformandola. Se l’artista romantico rifletteva sulla natura e ne era affascinato e ammirato, Munch ne prova terrore.

Tutto intorno le lingue di fuoco di cui narra l’autore, si interfacciano con rade pennellate di giallo e sfumano in un arancio accesissimo, che si perde, in basso, nel freddo dell’azzurro e del verde. La strada su cui si trova il protagonista dell’urlo sembra anch’essa attraversata da un’energia potentissima. Un quadro in cui al grido disperato del protagonista, segue un silenzio assordante nella mente dell’osservatore, che ne resta reverenzialmente impressionato e destabilizzato. Capolavoro assoluto.