Moretto da Brescia

L’unicorno nell’arte tra sacro e profano

L’arte è un linguaggio che spessissimo si esprime attraverso i simboli, le metafore, che poi, tramite una corretta lettura iconografica e iconologica, ci consentono di decodificare messaggi e contenuti specifici.

Questi simboli hanno origini antiche e si arricchiscono col tempo di interpretazioni dualistiche e nuove.

Un esempio importante, a livello temporale, in questo senso, è il Medioevo, epoca in cui testi come i bestiari, i lapidari e gli erbari, erano d’ausilio agli artisti nella composizione di un’immagine che doveva contenere specifici richiami interpretativi.

Questi testi constavano di informazioni scientifiche su animali, piante e minerali, ma erano anche arricchiti da scritti che ne riportavano le valenze simboliche e moraleggianti. Ecco che, immagini come quella della manticora, del grifone e dell’unicorno, sono presenti, pur se non riscontrabili nel mondo reale.

Proprio di quest’ultimo animale fantastico desidero trattare in questo mio testo, ripercorrendo la sua simbologia nelle differenti contestualizzazioni, tra arte sacra e manifestazioni figurative profane, citando alcuni interessanti esempi.

L’unicorno è una figura antichissima che appare in diverse culture, a differenti latitudini.

In Cina, ad esempio, è considerato animale sacro e viene descritto come mite e solitario, molto difficile da intercettare e catturare. Inoltre, il suo corno ha qualità taumaturgiche e la più antica testimonianza che lo cita, risale le al 2697 a.C. Se ne ravvisa presenza anche nella cultura indiana, passando per quella ellenica, con Aristotele, Plinio il Vecchio ed altri, giungendo sino al Cristianesimo.

Ecco che, in questo ultimo ambito, la figura dell’unicorno diventa simbolo cristologico legato anche alla figura della Vergine. Nel Physiologus greco, si legge, infatti, di un serpente che avvelena l’acqua a cui si abbeverano gli animali e di un unicorno che, segnando la croce col suo corno sul prezioso liquido, lo purifica dal veleno e salva da morte certa la fauna, attuando un particolare, ma eloquente parallelismo, con la figura di Cristo che salva dal peccato l’umanità. A rappresentare un’ulteriore testimonianza del significato religioso di questo simbolo, è la sua presenza sul fonte battesimale del duomo romanico di Freudenstadt, su cui è raffigurato l’animale mentre scaccia una fiera, forse un leone. Il tema dell’unicorno sarà poi molto diffuso durante il Rinascimento[1]H.e M. SCHMIDT, Il linguaggio delle immagini. Iconografia cristiana, Città Nuova Editrice, Roma 1988, pp. 43-45;.

È molto importante sottolineare come, in epoca medievale, le metafore ed i simboli di questo genere fossero diffusissimi a livello sacro. Siamo in un’epoca tendenzialmente teocentrica, almeno fino ad un certo periodo, prima che gli eventi storici guidassero l’uomo verso visioni maggiormente antropocentriche, dove però, il senso del sacro, ricopriva un ruolo sempre di imprescindibile rilievo.

Nelle cattedrali romaniche, sia sulle facciate esterne, che all’interno, erano presenti un gran numero di bassorilievi o sculture a tutto tondo (queste ultime in numero maggiore nel Gotico), che riprendevano queste tematiche, con risvolti chiaramente moraleggianti e di messa in evidenza della lotta e della contrapposizione tra il bene e il male.

L’unicorno appare anche in altri contesti religiosi, come ad esempio nell’allegoria della vita (L’apologo dell’unicorno), un bassorilievo presente nel Museo della Cattedrale di Ferrara, opera di maestranze campionesi, ed un tempo allocato sul pulpito dell’edificio sacro, datato tra il 1240 ed il 1260[2]Catalogo Fondazione Zeri.

Sempre per restare in tema sacro, come già accennato poc’anzi, l’animale in questione viene ad arricchire il suo significato e ad associarsi anche alla figura della Madonna. Infatti, andava ad evidenziare la virtù virginale di quest’ultima, che sarà poi ripresa con alcune varianti che andremo ad osservare più avanti, nelle opere di tematica più squisitamente profana.

Tra le iconografie riconducibili a questo legame specifico, c’è quella della Caccia mistica all’unicorno, tipica dal periodo Gotico. La scena avviene nell’hortus conclusus, cioè il giardino fiorito di cui si fa menzione nel Cantico dei cantici. Qui, sono presenti i vari simboli mariani che riconducono al concetto di castità, arricchiti dalla presenza dell’unicorno, che viene direzionato nel grembo di Maria da quattro cani che l’Arcangelo Gabriele, in veste di cacciatore che soffiando in un corno suona l’Ave Maria, tiene al guinzaglio e che, metaforicamente, rappresentano la Pace, la Giustizia, la Verità e la Misericordia. Questa iconografia verrà poi a scomparire durante il periodo controriformista, perché ritenuta troppo “ardita”. È importante sottolineare che, spesso, questo animale poteva avere anche accezione contraria, ed essere associato alle potenze demoniache come è testimoniato, ad esempio, dal Salterio di Stoccarda, risalente al IX secolo, nella miniatura relativa al Salmo 21 ed in cui il crocefisso è assalito da un liocorno (nome più arcaicheggiante, assieme ad alicorno, con cui veniva identificato l’unicorno in passato) e da un leone.[3]H.e M. SCHMIDT, Il linguaggio delle immagini. Iconografia cristiana, Città Nuova Editrice, Roma 1988, pp. 46-48;

Per concludere questa prima parte della nostra discussione, ritengo interessante citare anche il Moretto, attraverso una bella incisione ottocentesca di Joseph Axmann, con una Santa Giustina con liocorno e devoto, situata a Brescia[4]Beni Culturali Lombardia. L’opera, di stampo chiaramente devozionale, raffigura una monumentale santa con in mano la palma, elemento iconografico atto a ricordarci del martirio subito. La scena avviene in un ampio paesaggio naturale, in cui, a completare l’iconografia, sono la figura del devoto inginocchiato, appunto, alla destra dell’osservatore, e alla sua sinistra, l’unicorno accovacciato sul prato.

Ma veniamo ora alle raffigurazioni del liocorno in ambito profano, per comprendere quale linguaggio esso sottintenda. Prima di entrare nel vivo della questione, è d’uopo far riferimento ad uno dei testi capisaldi dell’iconografia antica e cioè il Cesare Ripa. L’autore dedica, infatti, un riferimento molto importante alla figura del liocorno, che va a fare da ponte tra il significato religioso, appena descritto, e quello laico, che ci apprestiamo a trattare. Il riferimento è relativo alla figura metaforica della vergine, che Ripa sottolinea come, in alcuni casi, sia associata alla figura del nostro animale, poiché tradizione voleva solo le vergini potessero avvicinarlo[5]Iconologia di Cesare Ripa. Quindi questo lo lega a simbologia sponsale.

Non posso che iniziare con il prendere in analisi uno dei capolavori d’arte che lo vede protagonista, il cui autore è uno dei pittori più importanti della storia e cioè il divino Raffaello, di cui quest’anno ricorre il cinquecentenario dalla morte. L’opera si può ammirarla nella splendida Galleria Borghese a Roma e mi riferisco alla notissima Dama col liocorno, datata 1506 ca.

Quest’opera ha una storia molto particolare che ce ne ha restituito la vera e autentica bellezza solo in epoca relativamente recente, dopo un accurato restauro. Infatti, essa presentava alcune ridipinture postume, che ne celavano l’iconografia originaria tanto enigmatica e la identificavano come una Santa Caterina attribuita al Perugino.

L’identità della dama non è a tutt’oggi certa, forse una componente dell’alta borghesia fiorentina, ipotesi avvalorata dalla presenza delle caratteristiche stilistiche tipiche del Raffaello del periodo toscano, in cui è perciò inquadrabile l’opera. L’ipotesi è quella che il quadro potesse essere un regalo di nozze, per la presenza dell’animale che era simbolo di castità[6]N. BALDINI (a cura di), Raffaello, Pres. M. PRISCO, Rizzoli Skira, Milano 2004, p. 98;. Inizialmente, la figura era stata identificata con Maddalena Strozzi, ipotesi poi accantonata per ulteriori comparazioni ed una mancata e reale somiglianza della stessa con il ritratto in questione. Inoltre, attraverso degli esami diagnostici, si appurò che in prima istanza, in luogo del liocorno, era raffigurato un cagnolino, ascrivibile alla simbologia della fedeltà sponsale[7]C. STRINATI, Raffaello, introd. Di P. DAVERIO, Giunti, Milano 2017, p.38;. La donna è raffigurata in primissimo piano a mezzo busto, incorniciata da un paesaggio posto alle sue spalle, tra due colonnine di un’ipotetica loggia. Lo sguardo rivolto verso il fruitore, tiene in braccio un piccolo liocorno. Il colore risulta chiaro e luminosissimo. Altra opera di grande bellezza è la Vergine con il liocorno, affresco di Domenichino, in Palazzo Farnese, a Roma (XVII sec)[8]Catalogo Fondazione Zeri. Opera legata alla storia della famiglia, che come noto godeva della presenza di questo animale nella propria araldica. Un dipinto ove il tema specifico esplicitato trionfa attraverso il classicismo tipico dell’artista bolognese, attuato nella ricerca della bellezza e dell’armonia legata al mondo antico e perciò all’uso di un colore chiaro e brillante.

Per chiudere questo tema tanto interessante, ho deciso di citare anche uno splendido dipinto di Luca Longhi (da alcuni attribuito alla figlia Barbara), intitolato Giovane dama con unicorno e datato tra il 1535 ed il 1540, attualmente conservato presso il Museo di Castel Sant’Angelo a Roma.

La scena si svolge in un rigoglioso e florido ambiente naturale, a tratti leonardesco come da interesse dell’artista e come testimonia la vicinanza ad un disegno proprio di Leonardo, presente all’Ashmolean Museum di Oxford. La donna raffigurata è Giulia Farnese, sorella di papa Paolo III. Ella è immortalata mentre indica il liocorno, simbolo di purezza virginale ed emblema araldico della famiglia. L’opera celebra e ricorda questa donna, qui con lo sguardo dolcemente malinconico, in occasione della sua morte, avvenuta nel 1524[9]Beni culturali Castel Sant’Angelo. Il dipinto appare raffinato e onirico al tempo stesso, simbolicamente forte nella gestualità pur se semplice e in questa scelta iconografica di grande impatto e raffinatezza artistica.

Note   [ + ]

1. H.e M. SCHMIDT, Il linguaggio delle immagini. Iconografia cristiana, Città Nuova Editrice, Roma 1988, pp. 43-45;
2. Catalogo Fondazione Zeri
3. H.e M. SCHMIDT, Il linguaggio delle immagini. Iconografia cristiana, Città Nuova Editrice, Roma 1988, pp. 46-48;
4. Beni Culturali Lombardia
5. Iconologia di Cesare Ripa
6. N. BALDINI (a cura di), Raffaello, Pres. M. PRISCO, Rizzoli Skira, Milano 2004, p. 98;
7. C. STRINATI, Raffaello, introd. Di P. DAVERIO, Giunti, Milano 2017, p.38;
8. Catalogo Fondazione Zeri
9. Beni culturali Castel Sant’Angelo