Loving Vincent, un film arte nell’arte

Aspettavo con ansia di poter vedere questo lavoro cinematografico su Van Gogh, poiché mi incuriosiva moltissimo. Devo dire che l’attesa ha ripagato.

Loving Vincent (uscito nel 2017,  con la regia di  Dorota Kobiela e Hugh Welchman) è letteralmente arte nell’arte, perché per essere realizzato sono stati coinvolti ben 125 artisti di nazionalità diverse, talenti che con passione e amore hanno realizzato i dipinti su cui poi è stato strutturato il film animato e che ricreano personaggi, ambienti e paesaggi immortalati nei quadri di Van Gogh.

A parte questo aspetto che rende questo lavoro davvero particolare e originale, ciò che mi ha colpita è che non si è pensato a metter su una storia col pittore in vita, ma gli accadimenti narrati si snodano nel periodo subito dopo la sua morte, in un racconto in cui a rievocare i fatti sono i personaggi che lui stesso ha frequentato e raffigurato negli innumerevoli ritratti.

Ad interpretare la figura che guida lo spettatore in questa storia, in cui si cerca di far luce sulla dipartita inaspettata del pittore, è Armand Roulin, che appare come Van Gogh lo dipinse nel 1888, con una vistosa giacca di colore giallo limone, tono da lui amato, poiché simbolo di vita e gioia.

E da qui inizia il viaggio di Armand, che dopo aver avuto in consegna da suo padre, Joseph Roulin il famoso postino più volte ritratto, una lettera, partirà alla ricerca di risposte sulla vita e sulla scomparsa di Vincent.

Ecco che si animano i dipinti del pittore: si mostrano ai nostri occhi grandi capolavori come il ritratto di Marguerit Gachet al pianoforte e quello di suo padre il dottor Gachet, psichiatra dell’olandese, entrambi del 1890,  la giovane locandiera Adeline Ravoux vestita e pettinata come nel ritratto risalente allo stesso anno dei due precedenti.

Ancora quello di Père Tanguy proprietario di una bottega per pittori a Parigi dove Van Gogh poteva ammirare la delicatezza dell’arte giapponese che tanto amò e a cui si ispirò spesso e datato 1887.  Lo splendido autoritratto con sfondo azzurro, datato al 1889 e ancora Il Caffè di notte e La terrazza del Caffè del 1888, La notte stellata del 1889,  fino al Campo di grano con corvi, sua ultima opera del 1890.

 Gli eventi della sua vita sono stati essenzialmente semplificati, tralasciando diversi episodi e rapporti, come quello con Gauguin, per porre l’accento sull’ultima fase della sua esistenza e su cui negli ultimi anni si è ritornati per fare chiarezza rispetto a ciò che è accaduto.

Infatti, la nota tesi del suicidio, ha visto nel 2011 una nuova ricostruzione da parte di Steven Naifeh e Gregory White Smith (noti per aver scritto anche una biografia su Jackson Pollock), secondo la cui ricostruzione si trattò di omicidio colposo.

Ciò che ho apprezzato è stato anche l’aver posto l’accento sul rapporto tra Vincent e suo fratello Theo, un legame forte ed eterno, tanto che i due sono sepolti l’uno accanto all’altro nel cimitero di Auvers-sur-Oise. Rapporto di cui molto si più capire leggendo la raccolta epistolare tra i due.

Questo film mi è piaciuto molto, poiché pur nella sua semplicità narrativa, fa immergere lo spettatore nell’opera del pittore che è narrazione della sua vita stessa e che ci ricorda come l’arte e la mano che la produce siano espressività di un sentire profondo, di una visione.

Questo deve invogliare ad approfondire con letture ad hoc e recarsi nei musei per ammirare dal vero questi capolavori, perché solo una visione diretta può restituirne la grandezza e l’immensa bellezza dell’arte.