Le raffinatissime nature morte di Giovanna Garzoni

Giovanna Garzoni è stata una pittrice marchigiana (nata ad Ascoli Piceno da famiglia veneziana, intorno al 1600) di grande talento, che si cimentò con enorme successo nel genere della natura morta, eccellendo nella miniatura e nel ritratto.

Fu avviata allo studio del disegno e della pittura da uno zio, fratello di sua madre, di nome Pietro Gaia, che si era formato presso Palma il Giovane.

Operò in importanti corti italiane ed entrò a far parte della prestigiosa Accademia di San Luca, come altre sue esimie colleghe tra cui Plautilla Bricci, Maddalena Corvini, Caterina Ginnasi, Elisabetta Sirani, Anna Maria Vaiani, solo per citarne alcune.

Roma fu, dunque, la città in cui si stabilì e qui morì nel febbraio del 1670. Le sue spoglie mortali riposano, come la stessa volle, nella chiesa dei SS. Luca e Martina al Foro Romano.

Ma veniamo al dunque. Dopo questo brevissimo, ma doveroso excursus che deve incuriosire il lettore a saperne di più su questa artista anche a livello biografico, mi appresto a commentare l’opera che ho scelto.

Prima di procedere è necessaria un’ulteriore breve premessa. Nel XVII secolo, per effetto della Controriforma, tantissime nature morte si concentravano sul tema della Vanitas e cioè sulla caducità della vita, nella metafore del tempo che trascorre e della inesorabile deperibilità della materia.

Il tutto prendendo le mosse da un notissimo verso dell’Ecclesiaste (Qohélet): “Vanitas vanitatum et omnia vanitas” che in italiano vuol dire “vanità delle vanità, tutto è vanità.”

Vi erano degli elementi iconografici specifici che venivano inseriti per concretizzare questa metafora a livello visivo: l’orologio, il teschio, la frutta secca, i fiori recisi, i petali caduti, ad esempio. Inoltre molti di questi simboli richiamavano non solo il tempo, ma anche il percorso umano dalla nascita alla morte, con riferimenti all’elemento maschile e a quello femminile.

L’opera che ho scelto di trattare qui, è la “Natura morta con melone, uva e chiocciola”, datato alla metà del XVII secolo, tra il 1642 ed il 1651.

L’artista inserisce armonicamente e in maniera raffinatissima una serie di elementi vegetali e animali che esprimono con chiarezza il concetto di Vanitas. Innanzitutto, la presenza della frutta matura, rigogliosa. Il melone domina lo spazio pittorico, adagiato su di un piatto finemente decorato (caratteristica, quella della decorazione delle ceramiche, tipica della Garzoni). Esso è stato già tagliato e mostra al suo interno i semi, simbolo della vita, di fecondità, quasi un utero materno, ma ha ormai perso la sua integrità primigenia. Sul piano della tavola è poggiato un grappolo d’uva (frutto anch’esso con gli acini) che presenta ancora il tralcio. Questo ci ricorda il legame alla madre terra e dunque all’elemento generatrice di vita. Le foglie del tralcio appaiono in parte già secche. Questo ci riporta al senso della caducità dell’esistenza, così come l’elemento animale della mosca. La chiocciola, invece, in questo contesto, assume simbologia di fertilità e vita. La Garzoni la colloca proprio sul ramo secco del tralcio, così a voler riprodurre in parte il senso del ciclo dell’esistenza umana. Sulla tavola altri richiami simbolici: la scorza del melone e alcuni semi, un coltello.

L’opera è concepita prospetticamente e pittoricamente con il realismo tipico del Seicento e con una prospettiva che sembra voler includere l’osservatore per il primissimo piano e il bordo della tavola quasi fuoriuscente e visto leggermente dall’alto. La meticolosità con cui l’artista lavora pone in risalto la sua grande capacità di cogliere anche il più piccolo dettaglio e la sua attività di miniaturista.

La tavolozza utilizzata consta di tinte luminose e toni estremamente naturali.  L’opera, realizzata con la complessa tecnica del guazzo su pergamena (sovente utilizzata dall’artista), è conservata presso il Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano, in provincia di Prato.