L’arte esotica in Constantin Brancusi e Man Ray

Molto spesso, le arti si incontrano, dando vita a connubi straordinari e di grande forza comunicativa, come nel caso che andremo qui ad analizzare e cioè, il rapporto tra scultura e fotografia in relazione all’interesse che, nel XX secolo, moltissimi artisti ebbero per le arti visive orientali ed esotiche, prendendo a modello due grandi nomi che hanno dato, ognuno in modo differente, un enorme e mirabile contributo: mi riferisco allo scultore Constantin Brancusi e al fotografo surrealista Man Ray.

Brancusi ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del “nuovo” concetto di opera d’arte, come elemento non sempre esplicitamente riconducibile al dato oggettivo dell’oggetto in senso visivo, e anche alla produzione seriale dei manufatti artistici (questione conclusasi nel noto processo americano con verdetto del novembre 1928[1]D. RIOUT, L’arte del Ventesimo secolo. Protagonisti, temi, correnti, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2002, p. 4;, ma non affronteremo qui questa questione, che merita sicuramente trattazione approfondita e appositamente dedicata.

Man Ray, invece, rappresenta un punto saldo della fotografia, soprattutto nella sperimentazione in campo surrealista e per i dualismi interpretativi che le sue immagini incarnano nelle forme ricostruite, secondo la visione onirica e spiazzante tipica di quel movimento. Storico il suo connubio artistico e la sua amicizia con Marcel Duchamp. Man Ray, inoltre, risulta essere talento estremamente poliedrico, poiché si è cimentato in diverse forme d’arte: dalla pittura, alla scrittura al ready made.

Ma veniamo al punto.

Constantin Brancusi ha lavorato, nel corso della sua carriera, al raggiungimento di un’espressività di sintesi.

Le sue sculture sono totalmente “ripulite” da forme verosimili, per essere riportate ad una essenzialità che ne faccia trasparire la sostanza più profonda, la sensazione, la parte più nascosta della percezione umana.

Le opere di Brancusi ricordano e si ispirano alla purezze di certe forme riconducibili all’arte orientale.

Infatti, lo stesso, già nel 1909, era solito frequentare i saloni del Louvre, ma anche quelli del Museo Guimet, che erano ricchi di opere di tale matrice. Questi manufatti erano un’interessante mescolanza di sacralità e materialità, ma anche di esotismo e classicismo, per via del loro legame sia all’arte indù, che a quella della Grecia ellenistica.

A dimostrare, dunque, questo connubio e questo stato di cose, che ispirò l’artista, è la scultura “Musa addormentata”, di cui Brancusi creò tre versioni, in tre materiali differenti, e che viene ispirata da una scultura precedente, cioè il ritratto della baronessa René Franchon.

La prima, in bronzo dorato (Atelier Brancusi, Parigi), risale al 1909-1910, la seconda, realizzata in alabastro (Centre Pompidou, Parigi), al 1917-18 e la terza, in marmo venato, forse dello stesso periodo dell precedente. Ecco che iniziano, così, a svilupparsi le forme allungate e compatte, che caratterizzeranno, da qui in avanti, la sua produzione[2]G. DI MILIA, Brancusi, Giunti, Firenze 2003, pp.11-13;.

I successivi lavori si muoveranno, infatti, verso una forma sempre più semplice e levigata che porterà alla creazione di opere mirabili come Maiastra, l’Uccello d’oro, l’Uccello nello spazio e molte altre.

Musa addormentata è un manufatto estremamente contemplativo, ma anche fortemente materiale.

Da un lato, la delicatezza dei lineamenti, finemente accennati, e la levigatezza della materia, ne fanno scaturire tutta la purezza e la tensione verso una dimensione che mira a trascendere il vero, per ricercare una visione ed interpretazione più intima. Dall’altra parte, è essa stessa pura materia, che l’artista lavora fino a “ripulire”, per restituire anche la bellezza e il godimento del materiale stesso che viene usato.

La versione di marmo, per esempio tra le tre, è quella che appare sotto questo aspetto più esplicativa.

Brancusi sceglie di accennare solo la curva del naso, spigoloso, ma armonico, e le scanalature sottili e accuratamente equidistanti che ricostruiscono la chioma, pettinata all’indietro, della figura femminile. Le delicate venature del materiale la decorano naturalmente e ne trasmettono tutta l’intensità.

La versione in bronzo, invece, pur se precedente alle altre due, è quella che fornisce sicuramente un riferimento diretto alla classica tecnica prediletta dall’artista nella lavorazione di questo materiale, che conferiva un interessante effetto specchiato e rilucente.

A utilizzare riferimenti ispirati dalle arti orientali è anche Man Ray, che li applica, ad esempio, in fotografia. Si prenderà qui in analisi la notissima immagine dal titolo “Noire at Blanche”, fotografia emblema di Ray, datata 1926.

Ad essere ritratta è Kiki de Montparnasse, nome d’arte di Alice Prin, notissima modella francese che fu per alcuni anni, come noto, sentimentalmente legata all’artista.

Si conoscono poche notizie sulla realizzazione di questo capolavoro fotografico, perché Man Ray non era molto incline a soffermarsi su questi dettagli. Ciò che è certo è che fu realizzato nel suo atelier che si trovava in Rue Campagne Première 31 a Parigi, dove lo stesso operava già dal 1922. Fu pubblicato, poi, per la prima volta sul numero di Vogue del 1 maggio 1926, con un titolo diverso e cioè “Visage de nacre et masque d’ébène. Poi, nel luglio del 1928 uscì col titolo a noi oggi noto, sulla rivista surrealista Variétés. Sempre nel 1928, fu pubblicata anche su Art et décoration, accompagnata da un testo di Pierre Migennes.

Già nel 1914, Man Ray aveva ritratto una donna, di cui non si conosce l’identità, accanto ad una scultura africana, nella fotografia dal titolo “La lune brille sur l’île de Nias”, mostrando di già il suo ampio interesse per l’arte africana e primitiva in generale.

Questa propensione ebbe origine nel 1910, quando, nella galleria newyorkese di Alfred Stieglitz, visitò una mostra a tema. Questo episodio è testimoniato anche nella sua autobiografia, in cui lo stesso ne cita memoria, riflettendo sulla produzione artistica di Picasso, Cezanne e dello stesso Brancusi[3]H.M. KOETZLE, Photo icons. La storia di cinquanta fotografie straordinarie, Taschen Bibliotheca Universalis, Colonia 2019,  pp. 167-170;.

Procediamo ora con l’analisi visiva dell’opera.

Il tutto si esprime in modo dualistico: per contrasto e per analogie.

A “contrastare” è il gioco tra i bianchi e i neri, come suggerisce anche i titolo dell’opera. Due colori antitetici, ma che a loro volta, contengono tutti gli altri. Due tonalità universali e “universalizzanti”, che danno modo all’artista di spaziare anche sui movimenti delle ombre e delle luci in maniera suggestiva ed efficace.

La carnagione candida della modella è incorniciata dai capelli d’ebano, che richiamano e si accordano al colore scuro della scultura. Ad accomunare la donna e l’opera africana sono diversi dettagli: dalla forma allungata del viso, ai grandi occhi chiusi.

Kiki regge con la mano il manufatto, ma reclina il suo capo su di una superficie piana, in cui si incontrano le loro ombre e che nella posa richiama idealmente alla memoria la Musa addormentata di Constantin Brancusi.

La purezza delle forme e del colore di questa splendida ed evocativa immagine, ci restituisce una ricerca dell’essenzialità, così come era accaduto nelle creazioni dello scultore rumeno appena citato.

Questa purezza, nel caso specifico, conduce l’artista ad elevare la forma dalla realtà, come già era accaduto per un altro capolavoro, “Le violon d’Ingres”[4]F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Man Ray, Skira Centauria, Milano, 2017, p. 56. e a fornirne una visione surrealista unica e particolare nel suo genere.

Da questo intersante raffronto è, dunque, chiaro come arte e artisti si “incontrano” e influenzano, creando, poi, ognuno, in base alla propria visione e sensibilità. Infatti, ogni genesi va conosciuta profondamente e criticamente, in relazione a chi vi ha lavorato, poiché altrimenti sarebbe impossibile giungere alla reale essenza dell’opera stessa e apprezzarla fino in fondo.

Copyright foto [5]Foto 1 di Tabbycatlove

Note   [ + ]

1. D. RIOUT, L’arte del Ventesimo secolo. Protagonisti, temi, correnti, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2002, p. 4;
2. G. DI MILIA, Brancusi, Giunti, Firenze 2003, pp.11-13;
3. H.M. KOETZLE, Photo icons. La storia di cinquanta fotografie straordinarie, Taschen Bibliotheca Universalis, Colonia 2019,  pp. 167-170;
4. F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Man Ray, Skira Centauria, Milano, 2017, p. 56.
5. Foto 1 di Tabbycatlove