L’antico linguaggio delle icone orientali

Cenni storici ed elementi di base delle iconografie del Pantocratore e della Theotokos.

Che cos’è un’icona

L’icona è una manifestazione artistica di grande valore, non solo per le sue particolari caratteristiche tecniche, ma anche per il profondo valore teologico che rappresenta attraverso il suo simbolismo.

Infatti, essa nasce prima di tutto come vera e propria Parola trasposta su supporto ligneo e nella sua complessa lavorazione e simbologia, racchiude un vero e proprio rituale ben preciso.

L’iconografo, infatti, prima di mettersi a lavoro si raccoglie in preghiera, poiché ciò che sta per fare è solenne. Anche i materiali usati per realizzare il manufatto hanno una loro simbologia.

Vi siete mai domandati come mai le icone di matrice orientale siano tanto differenti dalle immagini che la pittura occidentale ha sviluppato nei secoli? Perché non ci sia una particolare attenzione alla ricerca del bello ideale, così come siamo abituati al concepirlo, oppure al realismo e al dinamismo della figura? Perché esse appaiono così ieratiche e prive di tridimensionalità? L’icona rappresenta qualcosa di ultraterreno, quindi non può attenersi né a ciò che è terreno, appunto, né umano né finito.

In questo tipo di immagini tutto deve ricondurre alla Parola e alla teologia, unici linguaggi che essa deve porre in risalto. Anche i colori sono fondamentali, poiché questi racchiudono valori simbolici molto importanti. Avrete notato, ad esempio, l’ampio uso del colore oro, simbolo della luce divina.

Iconografia e contesto storico

Il 431 d.C. segna una data assai importante per lo sviluppo dell’iconografia cristiana più complessa (anche se già con Costantino, dopo l’Editto di Milano del 313 d.C., c’era stata un’ampia rivoluzione in merito) che si sviluppa in larga misura in Oriente, per poi approdare largamente anche in Occidente.

La data sopracitata coincide con il Concilio di Efeso, indetto sotto Teodosio II ed in cui si trovò risoluzione al conflitto tra le teorie di Nestorio e quelle di Cirillo d’Alessandria, riguardo la doppia natura di Cristo, decretandone il dogma. Inoltre, questo evento storico segnò la nascita di un ulteriore dogma, quello di Maria Madre di Dio, o come si usa dire in greco, Theotokos.

Infatti, se Gesù è allo stesso tempo vero Dio e vero uomo, Maria non è più solo generatrix dell’uomo, ma anche della parte divina di questo e quindi, ella stessa divina.

Caratteristiche generali del Pantocratore

Da qui in avanti sia l’iconografia mariana, che quella cristologica, iniziano ad avere una maggiore evoluzione ed importanza.  È questo il momento in cui, ad esempio, si sviluppa l’immagine del Pantocratore  (dal greco “Colui che regge tutto”) che ritroviamo negli sfavillanti mosaici o negli affreschi delle basiliche e delle chiese d’Oriente e d’Occidente.

Tradizionalmente questa immagine è rappresentata a mezzobusto, anche se ne esistono molte a figura intera, generalmente assise in trono.

Esso fa derivare le sue fattezze dal famoso Mandilion (o Volto Santo), e cioè l’effige che rimase impressa sul panno della Veronica: viso allungato, naso adunco, sopracciglia arcuate, occhi grandi, barba lunga, capelli mossi che ricadono sulle spalle e alcuni riccioli che si posano sulla fronte con valore simbolico. L’abbigliamento è costituito principalmente da tre capi che riprendono lo stile palestinese del tempo di Gesù e cioè tunica, mantello e sandali legati alla caviglia. Il Pantocratore porta sul capo il nimbo crucifero, con una mano benedice i fedeli alla greca e con l’altra tiene in mano il Vangelo (aperto o chiuso) oppure il rotolo. Di solito, se il libro è aperto, riporta specifiche frasi  a discrezione o del committente, o dello stesso iconografo. Ai lati del suo capo i digrammi greci del nome ed il trigramma, sempre in lettere greche, che indica il versetto biblico “Io sono l’Esistente” (Es 3, 14). Lo troviamo raffigurato, per motivi chiaramente liturgici e teologici, in luoghi specifici dell’edificio sacro: nella cupola del catino absidale, poiché si tratta dell’area presbiteriale, quindi la più sacra ed importante, nonché la più alta, oppure nel nartece sulla Porta Regia. In questo secondo caso, la simbologia era quella riguardante l’accoglienza, nell’aula liturgica, dei catecumeni che avevano concluso il proprio percorso sacramentario e potevano finalmente prendere parte all’Eucarestia. In questo caso, lo sguardo del Cristo è rivolto verso il basso,  ad osservare il suo gregge entrare nella sua casa. Sul libro aperto è possibile trovare un versetto di Giovanni (10, 9): “Io sono la porta, se uno entra attraverso di me, sarà salvo”.[1]G. GHARIB, Le icone di Cristo. Storia e culto, Città Nuova Editrice, Roma , 1993, pp. 93-96.

È necessario sottolineare, come poi, col tempo, sia le icone cristologiche che mariane, partendo da queste immagini di base, si siano evolute in varie altre tipologie iconografiche con epiteti ben precisi che, per l’ampiezza del tema non affronterò qui.

Per avere un’idea di cosa possa costituire un riferimento visivo e rendere più comprensibile quanto detto fino ad ora, vi citerò alcuni esempi molto noti e interessanti. Per quel che riguarda la prospettiva a mezzo busto, abbiamo il Pantocratore del duomo di Cefalù, quello del duomo di Monreale e quello della Cappella Palatina nel palazzo dei Normanni a Palermo. Immagini a figura intera in trono è possibile ammirale nel duomo di Pisa, nel duomo di Messina e nella stupenda Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma.

Desidero sottolineare anche che queste immagini risentono molto della tradizione imperiale bizantina per la presenza dei troni e spessissimo delle decorazioni dei tessuti, proprie di quella cultura.

Copyright foto [2]Di José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0;
Di Giuseppe ME, CC BY-SA 4.0;
Di José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0
Di Tobias Bär, CC BY-SA 3.0;
Di Effems, CC BY-SA 4.0;
Di Goldmund100, CC BY 3.0

Caratteristiche generali Theotokos

Per quel che concerne, invece, l’immagine di Maria è ben nota l’antica tradizione orientale secondo cui fu San Luca (l’evangelista pittore che più parlò di lei nei suoi scritti) ad averla ritratta ancora in vita a Gerusalemme, subito dopo Pentecoste. Si narra poi che l’opera fu voluta dall’imperatrice Pulcheria nella chiesa degli Odigi a Costantinopoli.

Alcune tradizioni più recenti rispetto alla precedente, tramandano di ben tre ritratti della Vergine ad opera di San Luca: due col Bambino ed uno senza di Lui. Da qui deriverebbero le tre principali iconografie mariane dell’Odigitria, dell’Eleusa e dell’Aghiosoritissa. Gli originali sono dispersi, ma molte copie furono diffuse sotto il nome di Madonne di San Luca. A suffragare l’esistenza di queste immagini dipinte dall’Evangelista sono fonti storiche e liturgiche attendibili[3]G. GHARIB, Le icone mariane. Storia e culto, Città Nuova, Roma, 1987, pp. 77-78..

Anche in questo caso andremo a descrivere solo gli elementi base dell’immagine, poiché numerose sono le tipologie sviluppatesi nel tempo.

Maria appare quasi sempre con il Bambino in braccio e a mezzo busto, ma in alcuni casi anche a figura intera, in trono (come nel mosaico di Santa Maria in Trastevere a Roma). Essa ha grandi occhi, viso adunco, mani sottili e dita lunghe, raffigurate secondo particolari gestualità con valore teologico.

Essa è abbigliata secondo la tradizione siro-palestinese che prevedeva la tunica, il mantello, una cinta di stoffa in vita (che aveva dei taschini per riporre oggetti di uso quotidino) e sandali con legacci alla caviglia. La tunica delle donne, contrariamente a quella degli uomini, copriva anche la caviglia e solitamente era di colore azzurro.

Il mantello prendeva il nome di maphorion e avvolgeva il capo della donna soprattutto in presenza di persone estranee alla famiglia, senza lasciar intravedere i capelli. Anche il Bambino indossa tunica e mantello, arricchiti dalla presenza dell’assist, un reticella dorata che ne pone in risalto la natura divina[4]G. GHARIB, Le icone mariane. Storia e culto., Città Nuova, Roma, 1987, pp. 77-82.

È importante sottolineare come nella stessa immagine possano intersecarsi e coesistere più tipologie iconografiche.

Per concludere e avere una panoramica più completa sul tema, citiamo alcune opere di riferimento: per l’Odigitria, la Salus Populi Romani in Santa Maria Maggiore a Roma, per l’Eleusa (o Madonna della tenerezza) la Madonna di Vladimir, icona russa, l’Aghiosoritissa (tipologia senza il Bambino) del duomo di Frisinga in Germania.

Note   [ + ]

1. G. GHARIB, Le icone di Cristo. Storia e culto, Città Nuova Editrice, Roma , 1993, pp. 93-96.
2. Di José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0;
Di Giuseppe ME, CC BY-SA 4.0;
Di José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0
Di Tobias Bär, CC BY-SA 3.0;
Di Effems, CC BY-SA 4.0;
Di Goldmund100, CC BY 3.0
3. G. GHARIB, Le icone mariane. Storia e culto, Città Nuova, Roma, 1987, pp. 77-78.
4. G. GHARIB, Le icone mariane. Storia e culto., Città Nuova, Roma, 1987, pp. 77-82