L’Adorazione dei pastori di Caravaggio

Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio, è stato uno dei maggiori pittori vissuti a cavallo tra la seconda metà del Cinquecento ed il primo decennio del XVII secolo, periodo, quest’ultimo, in cui l’influenza delle sue innovazioni artistiche, ebbero eco in tutta l’arte europea.

Il suo naturalismo, i giochi chiaroscurali intensissimi, il taglio delle immagini e le interpretazioni innovative, sia per quel che riguardava  i soggetti sacri, che quelli profani, ne hanno reso celebre l’opera giunta sino a noi.

Il dipinto che intendo trattare oggi è custodito presso il MU. ME. – Museo Regionale di Messina.

Si tratta dell’Adorazione dei pastori datata al 1609, anno precedente alla scomparsa del Merisi e dunque, della sua piena maturità artistica. Essa era stata commissionata dai frati Cappuccini per l’altare maggiore della Chiesa di Santa Maria della Concezione a Messina.

Infatti, in questo frangente Caravaggio, dopo la fuga da Malta, si rifugia per un periodo di tempo in Sicilia, operando tra Siracusa e, appunto, Messina.

La scena in oggetto contiene tutti gli elementi della tradizione iconografica, ma costruiti secondo uno scherma ed un’atmosfera estremamente naturalistica e al tempo stesso intima e spirituale.

“Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.” Sono queste le parole che l’angelo, secondo il Vangelo di Luca,  pronuncia nei confronti dei pastori e questo annuncio li condurrà sino alla mangiatoia e al racconto che il pittore fa di questo passo evangelico.

Maria ha appena partorito, allo stesso modo in cui il Merisi decide di raffigurare la Vergine nella nota Natività dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, dipinto trafugato negli anni Sessanta e ad oggi non ancora ritrovato. Ella non è in posizione eretta o inginocchiata, bensì adagiata a terra per le fatiche del parto e stringe il Bambino tra le braccia. Caravaggio riesce a rendere questa scena intensissima nella sua veridicità, ma senza farle perdere qual significato sacro e cristiano che è suo fulcro principale. Gesù è avvolto in un panno bianco che sta a rappresentare le fasce del neonato, ma anche la prefigurazione della sua morte e dunque, il sudario in cui verrà fasciato dopo la deposizione dalla croce.

Il Piccolo porta la manina verso il viso della mamma, un gesto umano d’amore che si arricchisce del senso del divino che lo stesso emana attraverso una luce calda che dal suo corpo santo si irradia verso il volto di Maria e l’ambiente circostante, mostrando ciò che accade tutto intorno.

San Giuseppe è anche lui in primo piano, nel gruppo di figure a destra, in ginocchio ad adorare il Bambino. Anche lui è illuminato da quella stessa luce. Tutto intorno si respira lo stupore dei pastori. Sullo sfondo, quasi monocromo il bue e l’asinello.

Tocchi di rosso, alla maniera del pittore, creano dei punti di colore che fanno da focus agli elementi della scena: l’abito della Vergine, ma anche il manto della figura accanto a lei.

Trionfano i toni caldi, dorati che riscaldano la scena non solo visivamente, ma anche idealmente, schiarendo la tenebra attraverso la venuta dal Salvatore. Per il pittore, infatti, la luce non è solo un fenomeno fisico, ma si carica di un valore teologico profondissimo.

Pochi gli elementi relativi all’ambiente, se non quelli che ci fanno intuire che la scena si svolga, come dicono le fonti sacre, in una mangiatoia, luogo povero e di fortuna a ricordarci che il Salvatore viene al mondo nella semplicità, nell’umiltà, senza clamori.  

Un capolavoro da contemplare che interpreta con forza ed intensità il senso spirituale e religioso del racconto evangelico.