La Vergine orante del Sassoferrato

Le iconografie mariane sono uno degli aspetti più interessanti dell’arte di matrice sacra, sia dal punto di vista della tradizione orientale che occidentale.

La ricchezza simbolico-teologica e devozionale rende queste figure ricchissime di rimandi alle Scritture, ai dogmi.

L’immagine religiosa è un documento da leggere assai complesso, estremamente stimolante per lo studioso, nonché coinvolgente per il fruitore.

In questa mia pillola desidero trattare un’immagine solo all’apparenza iconograficamente  “semplice”, il cui autore fu uno dei più interessanti del XVII secolo.

Mi riferisco a Giovan Battista Salvi (1609-1685), meglio noto come Sassoferrato, così detto dal luogo di nascita, borgo marchigiano dell’anconetano.

L’opera che ho scelto di commentare è datata 1640 ed è oggi conservata presso la National Gallery di Londra. Mi riferisco alla nota Madonna orante.

Il Sassoferrato impagina un’immagine di grande impatto emotivo e religioso.

Innanzitutto, la Vergine appare a mezzo busto ed in primissimo piano, senza sfondi alle spalle.

Essa è raffigurata a mani giunte, con lo sguardo basso in uno spiritualissimo ed intimo atto di preghiera.

L’opera risente visibilmente delle tradizioni artistiche in atto in quel periodo: da un lato con il caravaggismo, per la presenza del naturalismo e della pittura classicista di matrice bolognese, portata in auge da grandi maestri come Giovan Battista Barbieri, meglio noto come Guercino, e Guido Reni.

Questi rimodulando i canoni del classicismo, tendevano ad utilizzare una tavolozza composta da tonalità chiare e luminose che contrastavano con l’idea dei chiaroscuri intensissimi che venivano utilizzati dai seguaci del Merisi. A quest’ultimo può in parte ricondursi la scelta dello sfondo scuro e totalmente privo di riferimenti logistici, come a collocare la figura in un ambiente neutro e con valore totalmente universale.

La Vergine appare lucente nei suoi colori accesi. L’artista riprende le tipiche tonalità della tradizione iconografica bizantina del rosso dell’abito che la veste e che rappresenta la sua prima natura, quella umana a cui si sovrappone l’ampio imation blu lapislazzulo, che ne sancisce l’aspetto trascendentale in quanto Theotokos, cioè Madre di Dio, come decretato durante il Concilio di Efeso, nel 431 d.C.

Il bianco del velo che ne ricopre il capo è invece simbolo della sua virginea purezza.

Lo sguardo basso di Maria è insieme emblema di raccoglimento e di umiltà, di colei che, annunciata, fa la volontà di Dio.

La luce, mirabilmente modulata dall’artista, pone l’attenzione del fruitore verso il volto della protagonista, alla sua serafica bellezza e dolcezza. Maria è simbolo della perfetta femminilità, è speculum sine macula, come recita il libro della Sapienza, è hortus conclusus.

Le gote sono rosee ed il candore della pelle ci riportano alla sublimazione quasi rinascimentale dell’immagine che, pur se naturalistica nelle fattezze, è al tempo stesso aulica e sovrannaturale per le morbide pennellate del Sassoferrato e la scelta che egli fa dei colori da mescere sulla tavolozza. Tutti questi elementi letti insieme rendono questo capolavoro fuori dal tempo e dallo spazio, come si conviene ad una creatura come Maria nella sua assoluta perfezione spirituale, capace di sublimare la materia deperibile quale il corpo e che la rende perfetta mediatrice misericordiosa, ciò che teologicamente identifichiamo come adiutricem populi.