La Natività di Carlo Maratta

Carlo Maratta, marchigiano di Camerano, è stato uno dei pittori più attivi del XVII secolo, soprattutto nella città di Roma, sino al primo decennio del Settecento (morì, infatti, nel 1713).

La sua formazione gli consentì di dar vita ad un’espressività aulica in parte, ma senza trascurare i dettami tipici della pittura secentesca in riferimento, ad esempio, all’idea di naturalismo. Caratteristica questa, di molti artisti del tempo, come ad esempio la scuola bolognese che si rifaceva per certi aspetti ad una pittura più classicheggiante.

Questa caratteristica è ben visibile anche nelle opere di matrice sacra, come quella che ho deciso di trattare brevemente in questo scritto.

Il capolavoro che ho scelto è la stupenda Natività, fruibile in una delle cappelle della Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami nella città di Roma, datato al 1650.

Maratta, al tempo, aveva solo 25 anni.

L’opera non segue lo schema della classica Natività, ma predilige un taglio differente ed una selezione di personaggi e simboli ben precisa.

L’artista concepisce un taglio alquanto “scenico”, un primo piano che mostra un interessante equilibrio nel concepimento della composizione dell’immagine.

Al centro, la Vergine china sul Bambino. Attorno a Lei cherubini adoranti coronano questo idillio.

L’atmosfera è quella di una silenziosa sacralità, del Dio che si è fatto uomo e dell’amore di sua madre.

Nel pieno ideale del naturalismo secentesco, le figure appaiono reali, sublimate dalla luce emanata dal Bimbo divino. Questa irraggia la madre e ci ricorda la doppia natura di questo legame sancita nel Concilio di Efeso del 431.

La Vergine è abbigliata secondo la tradizione con tunica e mantello (chiton e imation), dai colori rosso (la sua natura umana) a cui si sovrappone il blu lapislazzuli, tinta che ne indica e ricorda la trascendenza e, dunque, la natura divina in quanto Theotokos.

Il velo sottostante candido, simbolo di purezza avvolge il bambino nelle fasce da neonato, dove il bianco si carica di ulteriore significato simbolico.

Liturgicamente ed iconograficamente, infatti, riferito a Cristo, esso è tinta che contiene tutti i colori, così a ricordarci la grandezza e la magnificenza del Signore. Inoltre, c’è sempre il rimando al sudario, prefigurazione della morte.

Ciò che colpisce in questa opera è la tenerezza di questo abbraccio di madre, che incrocia lo sguardo del piccolo Gesù, di cui Maratta  (o Maratti) raffigura in primo piano la testina e le gote paffute che gli conferiscono un realismo molto acceso.

Lo sfondo non presenta dettagli di alcun genere, poiché concepito per porre in risalto solo i soggetti principali.

Un’opera aulica ed armoniosa nella composizione, ma al contempo assai realistica nel modello, che racconta con efficacia a tenerezza questo momento della vita di Gesù, con una particolare riflessione teologica sul legame sacro e umano delle due figure.