La “melanconia”o malinconia nell’arte

La prima volta che vidi dal vero un’opera d’arte che raffigurava il tema della melanconia, ne rimasi tanto colpita e affascinata. L’intensità di certi soggetti, di certi sguardi e corpi lascivi, mi lasciava la possibilità di entrare, attraverso l’opera, in un mondo interiore intimo ed estremamente introspettivo.

Il tema iconografico della melanconia ha, nel corso dei secoli, avuto larghissima diffusione.

Cesare Ripa, nel suo notissimo testo sull’iconologia, la descrive attraverso le seguenti parole:

“Donna vecchia, mesta, & dogliosa, di brutti panni vestita, senz’alcun ornamento, starà à sedere sopra un sasso, con gomiti posati sopra i ginocchi, & ambe le mani sotto il mento, & vi sarà à canto un’albero senza fronde, & fra i sassi.

Fà la malinconia nell’huomo quegli effetti istessi che fà la forza del berno ne gl’alberi, & nelle piante. …”[1]Googlebooks.it: Della novissima iconologia di Cesare Ripa Perugino.

Il Ripa associa, dunque, l’immagine del melanconico allo stato dell’ anzianità, della stanchezza che essa comporta e dall’impossibilità di poter compiere ciò che invece era consuetudine in gioventù. Ciò che, dunque, si pone in evidenza è una condizione che parte dal corpo per poi propagarsi alla mente. Vedremo come tale idea andrà a mutare con l’avanzare del tempo e in artisti più vicini a noi.

Questo sentimento umano era spesso associato al trascorrere del tempo e al suo inesorabile effetto del vanificare la materialità del vivere. Orologi, teschi, pendoli erano sempre lì a rammentare il concetto di effimero.[2]Googlebooks.it: Storia del mal di vivere: dalla malinconia alla depressione.

Non dimentichiamo, infatti, le numerosissime opere in cui questi elementi andavano a completare la lettura iconologica di una raffigurazione, per porre in evidenza il concetto di vanitas che, ad esempio, nel XVII secolo, soprattutto per effetto della Controriforma, era ben presente anche nelle arti visive con riferimenti religiosi legati all’idea di penitenza.

Le opere: dall’antichità al contemporaneo

Tra le opere di cui sicuramente è importante fare menzione, annoveriamo la Melancholia I di Dürer, sublime incisione datata 1514 (Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, Firenze), in cui, alla pensosa figura femminile protagonista dell’immagine, si associa il concetto di geometria. Ulteriore riferimento in merito è l’affresco raffigurante La Scuola di Atene di Raffaello (Stanza della Segnatura in Vaticano) in cui Euclide incarna la medesima “lettura”, ma con differenti sfaccettature. Infatti, se nel Rinascimento l’indagine dell’uomo sul mondo si avvaleva di strumenti empirici, nel Barocco questa ricerca costante avviene in maniera più intellettuale. Tutto ciò ha luogo perché l’uomo, figlio del suo tempo, ricerca altro tipo di bellezza e compiutezza più affine alla sua epoca.[3]U. ECO (a cura di), Storia della Bellezza, Bompiani, 2018, pp.226-228.

Nel XVI secolo, vi è una interessante testimonianza del tema qui trattato, in pittura, ed il cui autore è il grande artista veneto Giorgione.

L’opera a cui faccio riferimento è il notissimo Doppio ritratto che si trova presso il Museo di Palazzo Venezia a Roma, datato alla prima metà del Seicento. In questo straordinario manufatto, che a tutt’oggi rimane enigmatico per alcuni suoi particolari, l’artista rappresenta in primo piano la figura di un giovane dalle belle fattezze, proprio nella posa del melanconico. Il capo delicatamente reclinato sulla mano, e lo sguardo dolce e al contempo pensoso, ne fanno un‘opera di grande intensità emotiva e mistero. Ma quale sarà la causa della tristezza di questo giovane? Se ci soffermiamo ad osservare meglio il dipinto, potremo notare, in basso a destra, la presenza del melangolo, stretto tra le dita del protagonista. Questo agrume, nel Rinascimento, era associato alla figura di Venere e all’idea dell’amore altalenante tra gioie e sofferenze, proprio per il suo sapore leggermente dolce acre.[4]Sito web Museo Palazzo Venezia.

Tra il 1840 ed il 1842, Francesco Hayez dipinge la sua Melanconia, oggi presso la Pinacoteca di Brera. Il quadro fu eseguito per volere del  marchese Filippo Ala Ponzoni, figura legata a Giuseppe Mazzini e da lui donata al suddetto museo per volere testamentario.[5]Sito web Pinacoteca Brera.

Hayez dona vita ad una bellissima figura femminile, in piedi, poco più che a mezzo busto. Ella indossa uno splendido abito azzurro che le ricade morbido dalla spalla sul braccio. Le mani sono unite in direzione del ventre. Qui l’artista non segue la classica iconografia che fino ad ora abbiamo potuto riscontrare nelle opera prese in analisi, ma gioca tutto sullo sguardo della donna che appare spento, sui suoi capelli disordinati e sciolti sulle spalle, sull’abito scomposto. Altro dettaglio importante sono i fiori posti accanto alla protagonista. Essi sono colorati, delicati e variegati, ma hanno in comune il fatto che stanno appassendo. Essi sono, dunque, attributo iconografico quale metafora associata allo stato d’animo della donna.

Del 1890 è il noto Ritratto del Dottor Gachet[6]Sito web Musée d’Orsay. di Vincent Van Gogh, sicuramente tra i suoi ritratti più interessanti e significativi. Qui lo psichiatra pittore e amico dell’artista olandese, presso la cui casa quest’ultimo si era trasferito, viene raffigurato proprio nella posa del melanconico. Le fattezze, le pennellata, riescono con grande incisività ad incarnare questo stato d’animo tanto particolare. Lo stesso Van Gogh affermerà in proposito che aveva dipinto l’uomo: “con l’espressione disperata della nostra epoca”.[7]I.F.WALTHER, Van Gogh.1853-1890. Visione e realtà, Taschen, Colonia, 2007, p.82.

L’opera appare vibrante in ogni suo dettaglio. Vincent utilizza molto il colore blu, che per lui, ad un certo punto della sua carriera pittorica, aveva iniziato a ricoprire un linguaggio simbolico molto importante, legato all’introspezione e alla sua sofferenza acuita soprattutto a causa della propria condizione psichica.

Lo stesso Van Gogh parlerà di questo quadro in una delle sue tante lettere indirizzate al fratello Theo, datata 4 giugno 1890 ed in cui trascrive le seguenti parole:

“[..]. Sto lavorando al suo ritratto, la testa con un berretto bianco, e molto bionda, molto chiara; anche le mani sono di carnagione chiara, ha una marsina azzurra e c’è un fondo blu cobalto, è appoggiato ad un tavolo rosso sul quale c’è un libro giallo e una pianta di digitale a fiori rossi. […]”.[8]V. VAN GOGH, Lettere a Theo, Le Fenici, 2014, (ristampa), p. 397

Proprio in questa descrizione, l’artista ci fornisce una chiave di lettura molto importante che ci ricorda la sua condizione psichiatrica: la presenza della digitale che era una pianta dalla quale si ricavava un succo medicinale. Il tema della melanconia è dunque in Van Gogh condizione dell’anima sofferente che si riverbera inevitabilmente sul corpo.

Vorrei concludere questo breve excursus con Giorgio De Chirico e l’opera Melanconia, appunto, del 1912, oggi in collezione privata. In questo suggestivo dipinto l’idea metafisica di De Chirico si esprime in maniera incisiva e spiazzante. La cultura greca dell’artista italiano, ma cresciuto a Volo, è sempre elemento fondante della composizione. Al centro di un luogo urbano desolato si erge, illuminata in parte da un raggio di sole, una scultura classica raffigurate una donna adagiata a mò di triclinio, su cui è impressa la scritta Melanconia. La figura, ricoperta da un delicato panneggio e con sandali alla greca, incarna proprio la posa del malinconico. Ma di chi si tratta in realtà? Essa è Arianna che viene abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso. Qui, addolorata, la giovane viene trovata da Dioniso, che ne farà la sua amata. Secondo un’altra versione del mito, la ragazza si toglie la vita. Altro riferimento possibile è il mito di Arianna addormentata. La condizione di Arianna è, dunque, per il pittore simbolo della malinconia, dell’abbandono dell’amore,[9]F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), De Chirico, Skira Centauria, Milano, 2017, p.32. del tradimento inaspettato. Concludo questo mio scritto con alcuni versi proprio di De Chirico, che era anche sopraffino poeta, tratti dal componimento dal titolo “Notturno” facente parte del Quaderno Francese (1928-1929):

“Nelle ore di solitudini/ come nei giorni di stanchezze/ Nei momenti/ più incantevoli/ e quando ancora la speranza si avvera […] Vi trovo e vi ritrovo sempre/ Oh bei giardini del passato!/ Giardini chiusi per sempre.” [10]A.CORTELLESSA (a cura di), Giorgio De Chirico. La casa del poeta, La nave di Teseo, Milano, 2019, p.231.

Note   [ + ]

1. Googlebooks.it: Della novissima iconologia di Cesare Ripa Perugino.
2. Googlebooks.it: Storia del mal di vivere: dalla malinconia alla depressione.
3. U. ECO (a cura di), Storia della Bellezza, Bompiani, 2018, pp.226-228.
4. Sito web Museo Palazzo Venezia.
5. Sito web Pinacoteca Brera.
6. Sito web Musée d’Orsay.
7. I.F.WALTHER, Van Gogh.1853-1890. Visione e realtà, Taschen, Colonia, 2007, p.82.
8. V. VAN GOGH, Lettere a Theo, Le Fenici, 2014, (ristampa), p. 397
9. F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), De Chirico, Skira Centauria, Milano, 2017, p.32.
10. A.CORTELLESSA (a cura di), Giorgio De Chirico. La casa del poeta, La nave di Teseo, Milano, 2019, p.231.