Il ritratto di Van Gogh di Henri Toulouse Lautrec

“Non esiste che la figura, il paesaggio è nulla, non dovrebbe che essere un accessorio. Il paesaggio dovrebbe essere usato solo per rendere più intellegibile il carattere della figura.”

Con queste parole si esprimeva l’artista Henri Toulouse Lautrec, per il quale il ritratto ha sempre rappresentato un punto focale della propria produzione artistica. Infatti, il suddetto genere permette di cogliere sfumature e sfaccettature stimolanti e sempre nuove. Osservare la gente ed il mondo attorno a lui, era sicuramente fonte di continua ispirazione.

Nato in una famiglia aristocratica del sud della  Francia, il 24 novembre del 1864, fu uno dei maggiori artisti europei del XIX secolo, nonché tra i più importanti cartellonisti della Parigi della Belle Èpoque. Storica, a tal proposito, la sua collaborazione con il  Moulin Rouge, di cui era anche assiduo frequentatore. Tra i manifesti più noti quelli realizzati per i cabaret del cantante Aristide Bruant , ma anche per l’attore comico Caudieux, oppure quelli relativi al noto Cafè Chantant Divan Japonais, molto in voga a Parigi. Egli è da considerarsi colui il quale aprì e rivoluzionò i confini tra arte e pubblicità, realizzando opere innovative che ispirarono tutti gli autori di cartellonistica da lì in avanti.

L’artista giunse a Parigi in un momento in cui il già maturo Impressionismo andava evolvendosi verso nuove espressività e proprio in quel periodo conobbe Vincent Van Gogh, precursore, come noto, di novità.

I due si conobbero nello studio del grande pittore Fernand Cormon, di cui furono allievi, tra l’altro, anche Chaïm Soutin, Èmile Bernard,  Henri Matisse, Eugène Boch, Clovis Cazes.

L’opera che ho deciso di trattare è infatti un interessantissimo ritratto dell’amico olandese Van Gogh, che Toulouse Lautrec realizzò nel 1887 e che oggi è conservato presso il Van Gogh Museum di Amsterdam.

La straordinaria opera è un pastello su carta di piccole dimensioni, che raffigura il pittore seduto in un caffè, assorto nei suoi pensieri, a sorseggiare da un flute poggiato di fronte a lui sul ripiano, sicuramente assenzio (riconoscibile dalla delicata e quasi impercettibile sfumatura verde), bevanda molto in voga al tempo, soprattutto tra i creativi, nota anche come “fata verde” e di cui è risaputo facesse sovente uso anche Van Gogh. Come ricorda, infatti, il pittore Paul Signac, questi aveva l’abitudine di recarsi al bar a fine giornata, anche perché i caffè, all’epoca, erano luoghi di incontro e confronto di artisti ed intellettuali, perciò mete abituali.

L’opera riesce a far emergere, con grande carica emotiva,  il sentire interiore dell’artista. Non vediamo direttamente lo sguardo, ma riusciamo ad intuirlo.

Infatti, Toulouse Lautrec, che era legato a Vincent da grande stima artistica e profonda amicizia, ne libera il lirismo delineando il profilo del viso. Tutto diviene sostanzialmente più introspettivo. Il tratto leggermente oblungo che caratterizza solitamente le pitture dell’artista si sviluppa ed evolve, qui, in modo più vorticoso, più “ispido”, spigoloso, vivacizzando l’opera e materializzando tutti gli affanni interiori, il senso di oppressione, in esso racchiusi. La tavolozza di colori è essenziale, ma sapientemente selezionata: verde, azzurro intenso, giallo con punte di arancio, colori amati e utilizzati molto spesso anche dallo stesso Van Gogh.

Un capolavoro che merita di essere conosciuto e amato per il valore non solo artistico, ma anche contenutistico che custodisce e che, ancora oggi, si presenta più vivo che mai ai nostri occhi.