Il mondo contadino nell’arte: tre opere a confronto

Sono sempre stata affascinata dai temi veristi in ambito artistico.

A questo proposito, l’arte ottocentesca e quella novecentesca, ci forniscono spunti ed esempi davvero interessanti, sia dal punto di vista più squisitamente stilistico, che tematico.

Come amo sempre ricordare a chi mi ascolta o legge, l’arte è figlia del suo tempo.

Ed è in questo lasso storico specifico sopra citato, che alcune categorie sociali divengono protagoniste sotto molti punti di vista.

La vita contadina viene “narrata” dai vari artisti con modalità differenti e ponendone in risalto aspetti variegati e importanti.

I temi del lavoro, del sacrificio e della fatica sono sicuramente quelli più attuali e particolari su cui ad oggi la riflessione prosegue. Tutto questo era chiaramente legato ai mutamenti politico-sociali che si stavano verificando in Italia e in Europa.

Ma anche il senso della semplicità, della vita agreste, bucolica, per dirla con Virgilio, è uno degli aspetti  della civiltà contadina che destano da sempre curiosità e interesse. Una semplicità a cui spesso si guardava e si guarda ancora con profonda malinconia. Tempi in cui l’odore della terra e dei suoi frutti aveva un senso di radicata unità nelle persone.

Il mondo contadino con le sue criticità, ma anche coi suoi aspetti legati alla bellezza della terra, della natura e dei valori specifici che ne conseguono, rappresenta, perciò, un mondo ricco di sfaccettature che attrae gli artisti che ne condividono ritmi, valori e che ne conoscono anche le difficoltà, ovviamente.

La vastità del tema è sicuramente amplissima. È stato difficile, anche qui, selezionare solo alcune opere a raffronto, perché tanti gli autori che si sono cimentati e che, addirittura,  hanno assurto questo ambito a mezzo espressivo principale o, comunque, preponderante nei propri lavori.

I pittori che ho scelto sono vissuti tutti e tre nel XIX secolo e si tratta di Nicola Palizzi, importante artista campano, Giovanni Segantini e Vincent Van Gogh.

Nicola Palizzi

I Mietitori” di Nicola Palizzi, datati 1858 [1]Coll. d’arte Sanpaolo Banco di Napoli, Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes, Napoli, ci guidano verso l’evoluzione della pittura dell’artista allo stile dei Macchiaioli.

Questa modalità risultava sostanzialmente lontanissima dalle impostazioni accademiche a cui lo stesso aveva aderito inizialmente e tipiche della scuola napoletana in cui sui era formato. Palizzi era stato, infatti, profondamente influenzato dal nuovo stile dopo il contatto fiorentino con questa neo corrente artistica, che vide la luce nel noto Caffè Michelangelo, e poi successivamente attraverso lo studio dei francesi, Coubert e Corot, in testa, e la Scuola di Barbizon, attraverso la conoscenza della loro produzione, veicolata dalla permanenza parigina del fratello Filippo, anche lui pittore[2]M. CONFALONE, Nicola Palizzi (1820-1870) I mietitori,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p. 180;. Infatti, l’artista, nel 1856, soggiornerà per un periodo presso di lui[3]M. MINOZZI, Nicola Palizzi,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p. 311;.

Osservando l’opera è, infatti, possibile ravvisare come questi abbia lavorato col colore “a macchie”.

Dai particolari del cielo, nella fattispecie le grandi e morbide nuvole, sino alle fronde degli alberi,  scure, ombreggiate e compatte, ai dettagli delle figure dei mietitori nel campo, di cui spicca la candida casacca da lavoro dei due uomini, intenti alla raccolta, e il dettaglio del grembiule della figura femminile accovacciata. Risaltano delicati tocchi di pennello, ma al tempo stesso sature di colore, le piccole “macchie” irregolari che incarnano dei papaveri rossi e spontanei che, idealmente, si accordano al fazzoletto che copre il capo della contadina. Il dipinto, se da un lato sembra catturare un momento ben preciso del giorno e “bloccarlo” nel suo divenire, dall’altro è reso dinamico dalle spighe che si piegano al soffio del vento, ma soprattutto alla mano dell’uomo e del suo lavoro nei campi.

L’opera è pura luce, corposa nella pennellata e sapientemente armonizzata da tinte fredde conciliate a quelle calde. È un’atmosfera silenziosa, quella creata da Palizzi, in cui sembra solo di avvertire il fruscio delle spighe e i suoni meravigliosi della natura. Una vita agreste fatta di semplicità e fatica. Un autentico capolavoro.

Giovanni Segantini

Giovanni Segantini è uno di quegli autori che hanno dedicato una grandissima parte del proprio lavoro al tema contadino e alla pittura verista, affrontata poi attraverso il Simbolismo e nello stile divisionista, a cui aderirà largamente.

L’opera che ho deciso di trattare è “Alla stanga”, imponente tela del 1886, oggi fruibile presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma. Questo capolavoro rappresenta un momento evolutivo molto importante della sua pittura, che ad ora si muove ancora fra tradizione e modernità. È importante sottolineare come Segantini abbia avuto da ragazzo un formazione da fotografo, appresa dal fratellastro Napoleone. Questa peculiarità è evidente nei tagli delle immagini, nelle inquadrature e funse da importante strumento per il suo lavoro.

In questo dipinto egli sceglie di raffigurare la pastorizia, mettendo in atto una vera e propria regia per raggiungere l’effetto desiderato. La sua pittura è all’aperto, come accadeva per gli impressionisti, ma al contrario, mentre questi catturavano l’immagine nell’immediato per “rubarne” le “impressioni”, Segantini vi lavora invece meticolosamente e con tempi più dilatati, reclutando dei modelli che posassero appositamente per lui[4]A.P. QUINSAC, Segantini, Giunti, Firenze 2002, p. 36-37;.

Il dipinto rappresenta una mandria di vacche alla stanga, appunto, cioè una sorta di palizzata a cui si usava agganciare i cavalli o il bestiame. A custodire questi animali vi sono alcune contadine.

La scena è fortemente bucolica. L’ambiente naturale circostante conferisce un senso di ampiezza e grande respiro. È come proiettata verso l’infinito. L’atmosfera è ovattata da un patina di luce che la rende intima e al contempo viva.  Segantini coglie la naturalezza dell’atteggiamento degli animali e l’operosità delle contadine.  

Il dipinto è strutturato su poche tonalità declinate tra loro in sfumature varie: i colori della terra si alternano alle sfumature del verde e ai punti luminosissimi di bianco, come quelli sulle cime dei monti o sugli animali. La pennellata fa presagire l’evoluzione dell’artista verso il divisionismo, rendendo la composizione a metà tra il reale e “l’ideale”.

Vincent Van Gogh

Un altro artista che, per un lasso ben preciso della sua vita, ritrasse diversi aspetti della vita contadina, fu Vincent Van Gogh.

Questo tema fu trattato dall’olandese soprattutto nella prima metà degli anni Ottanta del Novecento, ispirato anche da molti pittori che già lavoravano ampiamente sul tema, come Jean-François Millet.

Di ferme idee socialiste, Van Gogh si riconosce nella difficoltà del vivere contadino, degli operai e degli artigiani, la cui quotidianità conosceva molto bene. Ecco anche la sua avversione per una società che volgeva all’industrializzazione, degradando l’uomo e il suo ruolo nel lavoro. Tra le opere più note sul tema ricordiamo “I mangiatori di patate” (Van Gogh Museum Amstredam), terrosa e suggestiva tela del 1885[5]I.F. WALTHER, Vincent Van Gogh 1853-1890  Visione e realtà, Taschen, Colonia 2007, p. 11;, ma vorrei qui porre l’attenzione su un altro lavoro dello stesso anno, intitolato “Contadino e contadina che piantano patate” (Kunsthaus di Zurigo), dipinta anch’essa in aprile a Nuenen[6]I.F. WALTHER, Vincent Van Gogh 1853-1890  Visione e realtà, Taschen, Colonia 2007, p. 11;. In questo quadro, la vicinanza a Millet è ben visibile.

Van Gogh raffigura i due protagonisti reclinati verso il suolo, nell’atto di raccogliere i preziosi tuberi che saranno poi fonte del loro sostentamento.

Il pittore ci mostra come il frutto del lavoro sia vita,  pur se nel sacrificio e nelle restrizioni.

I contadini vivono del proprio lavoro senza sconti, col sudore della fronte. La pennellata è piena, come suo tipico, anche se ancora non ha qui espresso pienamente quel tratto caratteristico che lo renderà riconoscibilissimo negli anni a venire. Con tocchi ampi e ben costruiti, usando poche tonalità, il pittore riesce a creare un’opera di grande capacità comunicativa ed emozionale.

La pastosità del bianco diventa nuvole che quasi si toccano e pura luce; il grigio azzurro dell’abito della raccoglitrice, in accordo con la manica della camicia della figura maschile, divengono punti focali dell’opera, nel gesto del lavoro.

Dunque, da questa breve analisi, è possibile evincere come tre differenti sensibilità si siano espresse sul medesimo tema e di come, quest’ultimo, risultasse di grande interesse per gli artisti di quel tempo. Un argomento avvincente ed affascinante da approfondire assolutamente con una gradevole visita nei musei dove tali opere sono custodite.

Note   [ + ]

1. Coll. d’arte Sanpaolo Banco di Napoli, Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes, Napoli
2. M. CONFALONE, Nicola Palizzi (1820-1870) I mietitori,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p. 180;
3. M. MINOZZI, Nicola Palizzi,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p. 311;
4. A.P. QUINSAC, Segantini, Giunti, Firenze 2002, p. 36-37;
5, 6. I.F. WALTHER, Vincent Van Gogh 1853-1890  Visione e realtà, Taschen, Colonia 2007, p. 11;