Sogni, 1896, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

I “Sogni” di Corcos e Siviero: un titolo, due opere

Carlo Siviero

Carlo Siviero
Carlo Siviero

Carlo Siviero (Napoli 1882- Capri 1953) si forma a Napoli, sotto il maestro Tommaso Celentano prima e presso l’Accademia di Belle Arti poi, con il maestro Vincenzo Volpe, per recarsi, nel 1901, a Roma, dove frequenta la Scuola Libera di Nudo e città in cui si fermerà col tempo in pianta stabile. Nel 1916 viene nominato accademico di S Luca. È stato  professore presso le Accademie di Belle Arti di Napoli e della capitale. La sua pittura si articola in diverse trattazioni tematiche: dal paesaggio alla natura morta, ma è il ritratto il suo maggior genere di espressione, sia per le capacità formali, che per l’attenta lettura introspettiva.[1]M.MINOZZI, Carlo Siviero,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p.312;

Vittorio Corcos

Vittorio Matteo Corcos
Vittorio Matteo Corcos

Vittorio Corcos (Livorno 1859 – Firenze 1933) si forma a Firenze, dove viene ammesso direttamente al secondo anno di disegno presso l’Accademia di Belle Arti, sotto la guida del maestro purista Enrico Pollastrini. Nel 1878, tramite una borsa di studio messa in palio dal Municipio di Livorno, frequenta a Napoli l’Accademia riformata con il grande maestro Domenico Morelli. Nel 1880 firma un contratto con il noto mercante d’arte Goupil, della durata di ben quindici anni. Espone anche a Parigi, ove ha la possibilità di frequentare lo studio di Leòn Bonnat. Eccellente ritrattista, notissimo è il quadro (1891) in cui immortala un giovane e bel Pietro Mascagni, appena reduce dal  successo della sua Cavalleria Rusticana. Del 1892 sono i due famosi ritratti di Giosuè Carducci, del 1903 quello della soprano Lina Cavalieri, del 1905 quello di Amelia d’Orléans e Breganza, regina del Portogallo, del 1922 quello di Margherita di Savoia, del 1931 quello di Maria Josè. Il genere in cui Corcos eccelle è, dunque, il ritratto ed in particolare la raffigurazione femminile, attraverso cui ne rende immortale la delicatezza, l’eleganza e l’intensità psicologica ed emozionale[2]F. MAZZOCCA, Corcos, Giunti Firenze Milano 2014, pp. 48-49;.

Le opere a confronto

Sogni” è il titolo che accomuna due splendide opere pittoriche di questi importanti ed interessanti artisti a cavallo tra il XIX ed il XX secolo nel nostro Bel Paese. Due autori che hanno fatto della ritrattistica il proprio “cavallo di battaglia”, ognuno con un suo tratto distintivo, sia a livello stilistico che interpretativo.

Carlo Siviero dipinge, nel 1940, la delicata tela (firmata e datata Siviero 40) dal titolo “Sogni”. L’opera fa parte del periodo che possiamo inquadrare nella sua maturità artistica, dal momento che aveva da tempo “svecchiato” e superato l’impostazione accademica tardo ottocentesca, più improntata sul decorativismo, ravvisabile in alcune delle sue opere precedenti, dando vita ad dipinto fatto di sostanzialità e basilarità rappresentativa. Questo rigore e questa pulizia formale e figurativa, inseriscono l’immagine femminile protagonista, in un ambiente depurato da oggetti e abbellimenti di ogni genere. Lo scenario è quello di un’abitazione in quel di Capri, dove il bianco e l’azzurro, che sfumano nei grigi degli archi che sovrastano la finestra, richiamano idealmente il mare e la luce della bella stagione, ma anche un forte senso di solitudine, di asetticità in cui la psicologia femminile diventa protagonista assoluta[3]O. SCOTTO di VETTIMO, Carlo Siviero (1882-1953) Sogni,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p.280;.

La donna ritratta è seduta su di una seggiola e, poggiando un braccio sul davanzale, flette la schiena in avanti, osservando fuori dalla finestra. La scena la ritrae pensosa, quasi assente. Non sappiamo dove il suo sguardo vada a posarsi, quale sia l’oggetto del suo interesse, e se in effetti ce ne sia uno nello specifico, ma siamo piuttosto rapiti dal silenzio ovattato e dal “rumore” di quei pensieri, su cui l’osservatore è chiamato a soffermarsi e contemplare.

Siviero con questa modalità espressiva riesce a bloccare il tempo e lo spazio, quasi un Hopper italiano, se consideriamo di metter in atto un interessante confronto con la tela Finestra d’albergo, del 1956, opera dell’artista americano e che, anche se con caratteristiche luministiche differenti, può fornire una chiave comparativa interessante per altri aspetti. L’autore partenopeo lavora, infatti, molto anche sull’effetto della luce catturata dalle pennellate di bianco ottico che, a tratti, si sfumano negli azzurri, nei grigi e nei dettagli caldi delle imposte e del pavimento.

[…] Siviero, dunque, costruisce il dipinto realizzando una sequenza di rimandi e rinvii che interessano anche la stessa costruzione formale dell’opera. Lo sguardo, ad esempio, subisce diverse ed improvvise deviazioni, dovute a una costruzione spaziale che, mentre predilige la lettura frontale della donna, si sviluppa, allo stesso tempo, per direttrici diagonali che obbligano a seguire l’andamento sincopato della parete di sinistra, determinato dalla sporgenza del pilastro prima delle imposte della finestra poi. […].[4]O. SCOTTO di VETTIMO, Carlo Siviero (1882-1953) Sogni,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p.280;

La luce in Siviero diventa elemento molto importante, poiché fornisce una parte importante della lettura interpretativa dell’opera. Già Hopper, come detto in precedenza, ma anche De Chirico, ad esempio, avevano fornito in questo senso esempi molto rilevanti. L’artista napoletano, dunque, unisce la lettura introspettiva a quella di “sensazione”, cioè di approccio coi sensi a tutto tondo, riuscendo a coinvolgere il fruitore in un’atmosfera che richiama non solo suoni e visioni, ma anche “sapori” e “profumi” interiori.

Sogni, 1940 - Carlo Siviero
Sogni, 1940 – Carlo Siviero

Vittorio Corcos, invece, dipinge il suo capolavoro dal titolo Sogni nel 1896, in piena Belle Èpoque.

Le sue figure femminili sono sempre intense e ricche di sfaccettature.

Nel suo parterre di languide e seducenti bellezze muliebri, Vittorio Corcos osa spingersi oltre i limiti leciti della sensualità carezzevole e della casta civetteria, convenienti al pubblico ben educato dell’alta borghesia e nobiltà umbertina, con Sogni (1896), un dipinto cardine nel suo esprimere le sottili inquietudini del decadentismo, […][5]E. BARDAZZI, Le vergini funeste. Fenomenologia dell’eterno femminino decadente e fin de siècle in C. SISI (a cura di) Vittorio Corcos. L’avventura dello sguardo, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2019, p.46;

Questo dipinto, oggi conservato presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, è considerato il suo capolavoro, per l’innovazione e la forza espressiva che ha sapientemente trasferito nella figura femminile protagonista e definita, a ragione veduta, estremamente moderna.

Essa rappresenta la donna emancipata, che esce fuori dagli schemi sociali precostituiti. La modella che posò per Corcos era la ventitreenne Elena Vecchi, seconda figlia dello scrittore Jack La Bolina, amico del pittore, rimasta ormai orfana di sua madre, la contessa Honorine Tesauro di Meano. Sua sorella maggiore, Lucia, era stata già ritratta dall’artista nel 1888.

La giovane donna posa in modo del tutto “sconveniente” per una signora del tempo: sguardo fiero verso il fruitore, le gambe accavallate, il braccio che sostiene il mento, gesto che viene mutuato e rivisitato dalla musa Polimnia[6]F. MAZZOCCA, Corcos, Giunti Firenze, Milano 2014, p.33;. A questo proposito, un riferimento visivo è la scultura di Antonio Canova (1812-13)[7]Museo Canova che ritrae il personaggio mitologico in questione, con la tipica gestualità ripresa da Corcos. A recuperare tale dettaglio sono anche artisti come Tissot in Giovane donna in barca (1870), Bouguereau in Canzoni di primavera(1889) e Carlo Stratta in Aracne (1893). Elena siede su di una panca, con la chioma spettinata e le labbra rosse. Gli occhi sono affaticati dalla lettura. Accanto a lei, infatti, adagiati sulla seduta, vi sono i romanzi sentimentali della Flammarion, oltre che una tipica paglietta, un ombrellino ed un bocciolo di rosa. Il tema del libro, questi nello specifico, saranno riproposti da Corcos in altri due dipinti del 1910:  Pomeriggio in terrazza e Lettura sul mare[8]F. MAZZOCCA, Corcos, Giunti Firenze Milano 2014, pp.33-34.

Ma perché il titolo “Sogni”? Cosa ci sta comunicando la modella, ragazza di belle speranze, in questo dipinto? Ella si esprime in tutta la sua voglia di attualità, indipendenza. È una donna colta e consapevole e questo lo rivelano i dettagli dei libri, appunto, e del suo sguardo fiero e diretto, che ne pongono in risalto la curiosità e la intrinseca voglia di conoscere. Il gesto della mano, deciso e fuori dagli schemi, così come la posa delle gambe, pongono la giovane figlia di La Bolina come simbolo dei sogni  e delle speranze per il futuro, per un avvenire roseo e ricco di aspettative di valore universale.

È un dipinto profondamente evocativo e potente, che si muove tra la delicatezza dei tratti della giovane e una scena raffinata e al tempo stesso realistica e urbana, che ci restituisce un’epoca che volge al cambiamento, proprio attraverso l’evoluzione del ruolo della donna. Elena indossa un abito tipico della sua epoca, fatto di pizzi e drappeggi, reca con sé un ombrellino, oggetti del vezzo femminile e dell’etichetta dovuta, ma nel suo porsi annulla la tradizione, fa scomparire gli schemi sociali e diventa eroina contemporanea. Corcos la “racchiude” in una sorta di morbida e tenue cornice fatta di pochi, ma efficaci dettagli, lavorando su tonalità leggere e sfumate e rievocando, così, la ricerca della bellezza dolce e voluttuosa tipica  del suo tempo. Osservando il dipinto, non ci si può non domandare cosa si celi nel cuore e nell’anima di Elena Vecchi, dunque, che diviene, per questa ragione, emblema ineluttabile ed indiscutibile di tante altre donne alla ricerca di una dimensione meno domestica e familiare e più sociale e culturale, per  esprimersi in pienezza.

Sogni, 1896, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma
Sogni, 1896, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Note   [ + ]

1. M.MINOZZI, Carlo Siviero,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p.312;
2. F. MAZZOCCA, Corcos, Giunti Firenze Milano 2014, pp. 48-49;
3. O. SCOTTO di VETTIMO, Carlo Siviero (1882-1953) Sogni,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p.280;
4. O. SCOTTO di VETTIMO, Carlo Siviero (1882-1953) Sogni,  in A. COLIVA (a cura di), La collezione d’arte del Sanpaolo  Banco di Napoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2004, p.280;
5. E. BARDAZZI, Le vergini funeste. Fenomenologia dell’eterno femminino decadente e fin de siècle in C. SISI (a cura di) Vittorio Corcos. L’avventura dello sguardo, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2019, p.46;
6. F. MAZZOCCA, Corcos, Giunti Firenze, Milano 2014, p.33;
7. Museo Canova
8. F. MAZZOCCA, Corcos, Giunti Firenze Milano 2014, pp.33-34