I paesaggi urbani di Mario Sironi. Una riflessione esistenziale

Tra i grandi nomi del Novecento, quello di Mario Sironi (Sassari 1885- Milano 1961) è sicuramente uno dei più rappresentativi.

Fu tra i maggiori futuristi italiani, tanto che nel gennaio del 1920 firmò uno dei più noti documenti del Movimento, assieme ai colleghi Russolo, Funi e Dudreville, intitolato “Contro tutti i ritorni in pittura”.

Come naturale evoluzione, nel percorso di ricerca degli autori, ad un certo punto, decise di guardare ulteriormente verso altri orizzonti e, infatti, aderì in maniera importante al Movimento denominato  “Novecento”, fondato a Milano nel 1922 dall’intellettuale e critica d’arte veneziana Margherita Sarfatti.

Tale realtà si proponeva quello che fu identificato come un “ritorno all’ordine”, in opposizione alle avanguardie di quegli anni, rivalutando un’espressione artistica che ripensasse ai principi di equilibrio e linearità, legati soprattutto ai dettami della cultura visiva antica. Ma questo è solo un piccolo cenno alla sua lunga carriera artistica, che lo portò a sperimentazioni molto diverse tra loro.

Sironi è anche noto per aver lavorato moltissimo sulla pittura murale, a cui si dedicò con grande interesse, soprattutto negli anni Trenta, fase in cui iniziò nuove ricerche anche stilistiche.

La sua produzione di cui però desidero trattare in questo breve articolo, è quella relativa ai paesaggi urbani, a cui si dedicò ampiamente, e con sfaccettature interessanti e particolari, dagli anni Venti del Novecento in poi. Sironi, sardo di origine, ma cresciuto e formatosi a Roma, dove conobbe altri esimi colleghi come Boccioni, Balla, Severini, si reca nella bella Milano nel 1915, per poi rimanervi, poco più tardi, in maniera stabile e qui inizia a vivere un ulteriore fermento non solo artistico, ma anche sociale ed esistenziale.

La grande metropoli industriale, da futurista, certo lo affascina, ma successivamente, sarà proteso a riflessioni molto diverse e profonde in merito e rispetto al concetto di solitudine che la dispersiva e caotica città contemporanea (simbolo che incarna una condizione umana più universale) favorisce. I suoi dipinti sul tema esprimono pienamente questo pensiero nella “desolazione” della modernità che incalza. I suoi paesaggi sono silenziosi, spopolati, scarni per certi aspetti, tanto da apparire, a tratti, irreali.

La tavolozza si riduce notevolmente e vira verso i colori neutri, terrosi e fumosi.

Le opere di questo periodo risentono della nuova aderenza artistica al movimento della Sarfatti, sono perciò pulite, lineari. Inoltre, Sironi, per certi aspetti, mostra ancora una sorta di vicinanza con la Metafisica di De Chirico, una fase che aveva già sperimentato, ma che ancora sembra latente nelle atmosfere rarefatte ed essenzialmente spiazzanti di questa produzione in particolare (un esempio relativo alla Metafisica e molto interessante è La lampada, del 1919, oggi alla Pinacoteca di Brera, dove la riflessione sulla solitudine è già forte) .

L’opera che ho deciso di trattare si intitola proprio Paesaggio Urbano ed è datata al 1924, oggi conservata al Museo del Novecento di Milano (per visualizzare li dipinto: https://www.museodelnovecento.org/it/collezione?paesaggi?mario-sironi.).

Il capolavoro di Sironi viene concepito verticalmente e da una visuale dall’alto.

L’opera appare geometrica, ben costruita e definita nei suoi elementi. Le alte costruzioni, le ciminiere industriali delle periferie, svettano monumentali verso un cielo azzurro, che, assieme al tram giallo che corre veloce, è unico tocco di colore più acceso. Tutto è silenzioso, non vi è presenza umana, se non quella immaginata, timidamente avvertita, ma mai palesata. Il ritmo del lavoro, la modernità, la velocità, temi chiave della poetica futuristica come emblemi positivi, vengono qui conservati, ma declinati secondo una visione totalmente diversa, più esistenziale (tema che sarà anche espresso con grande forza nel dipinto “Solitudine”, a cui lavorò tra il 1925 ed il 1926 e oggi alla GNAM di Roma, ed in cui alla figura umana di matrice classica raffigurante, metaforicamente, tale condizione, si accosta, ancora una volta il paesaggio urbano e nel Bevitore del 1924, oggi in c.p., in cui la solitudine dell’avventore ricalca la mancanza di contatto umano ed il rifugio negativo da un’esistenza frammentaria in luoghi figurati e illusori).

L’atmosfera straniante, deserta, silente, ricorda sicuramente De Chirico, ma è declinata in modo personalissimo e riconoscibile. La pennellata è piena, ora regolare e omogenea, ora più frammentaria e sovrapposta.

Un capolavoro da ammirare che, ancora oggi, col suo linguaggio diretto e intenso, sa essere attualissimo, nell’era della società liquida.