Giovanni Bellini, un capolavoro sacro

Giovanni Bellini è stato uno dei maggiori pittori veneti del Rinascimento, autore di mirabili capolavori.

Nasce a Venezia intorno al 1432 e vi muore nel 1516. Suo padre Jacopo era un importante pittore e il giovane Giovanni si formò alla sua bottega assieme al fratello Gentile, poco più grande di lui, con il quale ebbe modo di lavorare nel corso degli anni.

Lo stile del Bellini, oltre alla maniera paterna, risente anche dell’influenza di un altro grande artista del tempo, Andrea Mantegna che ne aveva sposato la sorella, Nicolosia.

La sua pittura, riconoscibilissima, si carica nel tempo, di un valore interpretativo e stilistico importante che colloca il Bellini tra i talenti più considerevoli del periodo.

L’opera che ho deciso di trattare in questa breve pillola d’arte è di tema sacro, in cui, tra l’altro il Bellini si cimentò, ovviamente come era d’uopo, innumerevoli volte e con risultati eccelsi.

La tavola in questione è datata al 1500 ca. e oggi è conservata presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, ove è possibile ammirare diversi suoi dipinti.

L’opera è identificata con il titolo di Madonna col Bambino tra Santa Caterina e Maria Maddalena, ma anche con la denominazione di Sacra Conversazione Renier, derivata dalla precedente collezione veneziana di cui faceva parte.

Essa rappresenta una produzione collocabile, dunque, nella maturità artistica del Bellini, nonchè prova di grande abilità e profondità interpretativa. La Sacra Conversazione (così è identificata iconograficamente un’opera in cui la Vergine col Bambino è raffigurata in dialogo teologico con santi) si svolge su uno sfondo totalmente buio, meno frequente al tempo rispetto alla presenza del paesaggio ad esempio, o a scene d’interno, ed in cui al centro compare la Madonna con in braccio il Bambino, alla sinistra Santa Caterina e alla destra Santa Maria Maddalena.

Le due sante non recano i loro attributi iconografici tipici e cioè rispettivamente la ruota dentata e la palma per la prima e il vasetto degli unguenti (che la identifica come mirofora), ma anche, generalmente, teschio e croce per la seconda, bensì indossano solo tipici ed eleganti abiti e preziosi decori coevi al pittore. La Vergine non rivolge i propri occhi verso il fruitore, ma verso la fonte di luce che proviene visibilmente da sinistra.

La santità delle figure è conferita da una sacralità che si esprime proprio negli effetti luminosi, nella mani giunte o incrociate sul petto in preghiera, negli sguardi contemplativi e profondi.

I capelli, l’incarnato delle stesse, tutto è esaltato dalle bellezza della luce dolce e del suo chiarore che accarezza la scena. Le sottilissime aureole incorniciano in maniera impercettibile e raffinatissima il capo dei protagonisti del capolavoro belliniano. La regalità del Bambino è espressa nel suo esser accomodato su di un candido cuscino con nappe, che cattura la luce e nel suo sguardo divino rivolto al Cielo. Dettagli importante è quello della sua manina sorretta da quella della Madre in un gesto insieme regale ed amorevole.

I colori delle vesti impreziosiscono, nella bellezza e nella simbologia, l’opera: il rosso ed il verde scuri della Maddalena, il damasco dorato ed il rosso- arancio di Santa Caterina, il blu lapislazzuli, simbolo di trascendenza, del mantello della Vergine, il bianco ottico che si riverbera anche nelle perle che adornano la capigliatura della santa d’Alessandria. Un dipinto ricco di spiritualità, in cui l’artista affida alle mani, agli sguardi dei soggetti raffigurati, nonchè alla luce che li accende di santità, il grande mistero teologico.

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