Frida Kalho e Tamara de Lempicka: artiste a confronto

Ho deciso, in questo mio articolo, di mettere a confronto due pittrici contemporanee che amo particolarmente e che hanno vissuto la medesima epoca, pur se a latitudini differenti e cioè Frida Kalho e Tamara de Lempicka.

Ammiro queste due artiste poiché, in tempi passati, hanno affermato il loro essere donna contro ogni restrizione e convenzione sociale, esprimendo se stesse senza timori e con grande forza di carattere. Due vite molto diverse, ma accomunate da una personalità che le ha rese emblema di un femminismo che voleva la donna come parte importante della società nei vari ambiti, da quello politico, a quello culturale e così via.

Frida Kalho: cenni salienti sulla vita dell’artista

Frida Kalho nasce in Messico a Coyocàn, il 6 luglio del 1907, anche se, come risaputo, amava dire di esser nata nel 1910, anno della rivoluzione messicana. Studia per diventare medico presso la Escuela Nacional Preparatoria di Città del Messico. Il 1925 fu l’anno che le cambiò la vita, a causa del grave incidente che le constò tanto dolore per tutta la sua esistenza e che le impedì, con grande sofferenza, di portare a termine le sue gravidanze. Nel 1928 conosce la fotografa italiana Tina Modotti, attraverso la quale incontrerà Diego Rivera. Nel 1929 sposa il grande pittore della rivoluzione, da cui divorzierà nel 1939, dopo aver scoperto il tradimento di questi con sua sorella Cristina. Si risposeranno nel 1940. Questo sarà anche l’anno della grande mostra parigina di Frida, curata da Andrè Breton. Nel 1943, la pittrice, inizia ad insegnare presso la Escuela Nacional La Esmeralda. Nel 1953 tiene la sua prima personale a Città del Messico, curata da Lola Àlvarez Bravo, ma quello fu un anno molto difficile. Infatti, le condizioni di salute di Frida si erano aggravate e dovette subire l’amputazione della gamba destra. Tant’è che si presentò all’inaugurazione della sua mostra trasportata nel proprio letto. Si spense a causa di un polmonite: era il 13 luglio del 1954. Il suo corpo venne cremato e a tutt’ora  le sue ceneri riposano nella Casa Azul[1]F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Frida Kalho, Skira Centauria, Milano, 2017, pp. 13-24..  Fu grande attivista politica assieme la marito.

L’opera di Frida Kalho

È molto difficile raccontare Frida attraverso uno soltanto dei suoi lavori, perché il suo percorso interiore ed artistico è talmente tanto vasto e complesso, che sembrerebbe impossibile sceglierne solo uno tra i tanti. Avevo pensato, in origine, mentre riflettevo sui temi da trattare in questo scritto, al suo ultimo dipinto, Viva la vida, ma, a dire il vero anche Le due Frida e Ospedale Henry Ford erano tra i “papabili”; però poi mi è venuto in mente un altro lavoro, che nasce in un doloroso momento di transizione per la pittrice e che, in fondo, credo possa sintetizzare con grande incisività il contenuto di quelli che ho appena citato. L’opera è Autoritratto coi capelli rasati del 1940, oggi presso il MoMa di New York. Essa nasce proprio dopo la rottura con Rivera. Nella parte superiore della tela, è riportato il verso di una canzone messicana che recita: “Guarda che se ti ho amato, è stato per i capelli. Adesso che sei pelato, non ti voglio più.” Attraverso questo gesto estremo, ossia tagliarsi i capelli cortissimi e abbigliarsi da uomo, l’artista si afferma nella sua autonomia, iniziando a sostentarsi attraverso il proprio lavoro di pittrice[2]Autoritratto coi capelli rasati – MoMa New York..

Frida taglia i suoi capelli e si veste da uomo, appunto, in un momento di grande dolore, dove sono anche in gioco gli affetti più cari. Non dimentichiamo che la crisi definitiva, tra lei ed il marito, si scatenò quando la pittrice ne scoprì il tradimento con sua sorella. Ella si raffigura al centro di una camera spoglia, seduta su di una sedia. In mano tiene la forbice con cui ha reciso i capelli. Guarda negli occhi il fruitore. L’abito maschile ed gesto di recidere la chioma è un’estrema affermazione di una femminilità rinnovata, nel suo essere per stessa a far da uomo a da donna per i propri bisogni. Non dimentichiamo che siamo ancora in un’epoca in cui le donne contraevano matrimonio per “sistemarsi”, così come le convenzioni sociali dettavano. Un matrimonio, nonostante la sua burrascosità,  invece, quello di Frida dettato da un amore profondo, lungi da queste convenzioni se pensiamo che lo stesso Rivera aveva già avuto già mogli e figli. Tra l’altro un matrimonio non molto gradito alla mamma della pittrice. Il gesto del tagliarsi i capelli ha anche un altro valore. Quello del superamento del lutto. Nei capelli sta il vigore. Essi sono un importante attributo di bellezza per la donna. Frida affronta il lutto, tagliando i suoi bei capelli neri, per rinnovarne una rinascita più rigogliosa. A livello coloristico, la tela appare abbastanza tenue, contrariamente allo stile della pittrice che di solito utilizza colori saturi e brillanti. In questo caso specifico domina l’introspettività grigio-blu dell’abito, che spicca sulla neutralità dello sfondo. Con queste parole si espresse sulle sue opere: “Credevano che io fossi surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà.”

Tamara de Lempicka: cenni salienti sulla vita dell’artista

Molto diversa, ma ugualmente vigorosa e innovativa nel suo fare artistico e nel suo essere donna, è Tamara De Lempicka.

Emblema dell’Art Decò, nasce il 16 maggio del 1898 forse a Varsavia o Mosca, da una famiglia agiata. Sin da piccola Tamara era molto legata alla nonna Clèmentine con la quale viaggiava spesso. Crescendo inizia a frequentare con costanza la vita mondana. Sposa un ricco avvocato e proprietario terriero di Pietrogrado, Tadeus Lempicki, dal quale avrà la figlia Kisette. Dopo una serie di eventi che mettono in crisi il suo matrimonio, Tamara si trasferisce a Parigi e qui si iscrive alla Académie Ranson, presso cui era docente il pittore Maurice Denis. Tiene la sua prima mostra parigina nel 1922, al Salon d’Automne. Qui vivrà i famosi “anni ruggenti”, all’insegna di edonismo e mondanità, intrecciando anche diverse relazioni sentimentali saffiche di cui non fece mai mistero. Spesso, infatti, i soggetti femminili dei suoi ritratti erano proprio le sue amanti. Tamara è appassionata di grafica pubblicitaria e questo interesse si riflette nel suo lavoro. Molto importante fu il soggiorno in Italia, che le aprì nuovi orizzonti artistici e dove tenne la sua prima personale, nella Galleria Bottega di Poesia a Milano. Nel 1928 divorzia dal primo marito per sposare, nel 1933, in seconde nozze, un barone ungherese di nome Raoul Kuffner de Diòszegh. Nel frattempo, in Europa si respirano venti bellici e anche la situazione personale di Tamara non è delle migliori, perciò decide di trasferirsi col marito negli Stati Uniti, dove però non avrà il riscontro artistico sperato. Nel 1961 muore anche il suo secondo marito. Nel 1972 l’artista si rilancia in una mostra parigina alla Galerie du Luxembourg, ma non tonerà, nonostante l’evento abbia dato buon esito, ai fasti del passato. Morirà nel marzo 1980 in Messico,  dove,  per suo volere, ne saranno disperse le ceneri[3]F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Tamara de Lempicka, Skira Centauria, Milano, 2017, pp. 13-24..

L’opera di Tamara de Lempicka

Anche nel caso della Lempicka, così come per la Kalho, scegliere un’unica opera che riesca a racchiudere l’essenza di chi l’ha prodotta non è semplice. Di solito tendo a porre in risalto tele come Il telefono, oppure Tamara nella Bugatti verde, che sono emblema di una donna moderna ed emancipata. Ma per questa disquisizione specifica, ho scelto la Ragazza in verde (nota anche come Ragazza col cappello o coi guanti), opera datata tra il 1927 ed il 1930, oggi al Centre Pompidou di Parigi[4]Ragazza in verde – Centre Pompidou..

Questo meraviglioso e scultoreo ritratto, immortala una giovane donna in primo piano, poco più che a mezzo busto. Essa riprende il classico stile che ha reso Tamara riconoscibile negli anni, un po’ geometrico, ispirato, come già accennato, alla grafica pubblicitaria del tempo.

Pur essendo una figura con tali caratteristiche, non appare affatto rigida, ma vi è un certo senso del movimento conferito dal panneggio e dalle caratteristiche proprie dell’abito verde.

Tamara era notoriamente una “fashion victim”, per usare uno slang contemporaneo, e nei suoi ritratti femminili, come anche in questo, è un dettaglio immediatamente ravvisabile. È una donna voluttuosa questa modella, vanitosa che si mette in mostra come fosse sulla copertina di una rivista patinata. La posa è estremamente vezzosa. È glamour, come diremmo oggi.

La pennella conferita dall’artista è piena, grafica, decisa. La scelta del colore di impatto visivo. Il gioco della tonalità fredda, incontra la luminosa neutralità del bianco.

Note   [ + ]

1. F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Frida Kalho, Skira Centauria, Milano, 2017, pp. 13-24.
2. Autoritratto coi capelli rasati – MoMa New York.
3. F. GUALDONI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Tamara de Lempicka, Skira Centauria, Milano, 2017, pp. 13-24.
4. Ragazza in verde – Centre Pompidou.