Edward Hopper e l’era moderna

Ho ritenuto Edward Hopper uno degli artisti più interessanti della modernità e il suo pensiero mi ha anche molto influenzata in ambito fotografico.

Hopper e il suo tempo spiegato attraverso Bauman

Al giorno d’oggi sarebbe d’uopo fermarsi a riflettere sul concetto di solitudine e credo che sia possibile farlo in maniera efficacissima, approcciandosi alle teorie di uno degli studiosi che amo di più in assoluto, e cioè il filosofo polacco Zigmund Bauman.

Bauman, nella sua teoria di Società Liquida ha riflettuto profondamente su un mondo “mordi e fuggi”, troppo veloce e vorace, in cui più che alla sostanza, si presta attenzione all’apparenza. Tutto questo ha inevitabilmente prodotto diverse problematiche, tra cui anche quelle all’interno dei rapporti interpersonali, acuendo il senso di solitudine e instabilità.

Desidero, a questo proposito, citare ciò che il grande studioso espresse durante una conferenza tenutasi il 3 giugno del 2016, durante il festival Leggendo Metropolitano di Cagliari:

[…] ma ora vorrei passare a ciò che io considero il terribile dilemma che noi tutti stiamo fronteggiando e che causa buona parte dell’infelicità contemporanea, delle nostre paure, preoccupazioni e dei nostri incubi: il problema della solitudine. […] Vorrei concludere citando un grande scienziato, un eminente scrittore e saggista, che io considero l’ultimo erudito della nostra era, in un’epoca in cui l’erudizione viene soppiantata dai computer. Sto parlando di Umberto Eco.  […]. Egli formulò quella che chiamava la “condizione fondamentale dell’essere umano”. Non resterete sorpresi quando vi svelerò questo segreto: la condizione fondamentale dell’essere umano è il rapporto con un altro essere umano.[…]. Come disse Aristotele, oltre duemila anni prima di Umberto Eco, solamente gli angeli e le bestie possono vivere al di fuori della polis. Polis significa comunità, presenza fisica, presenza in carne e ossa di altri esseri umani. […] la felicità comincia a casa. Non su internet, ma a casa, in contatto con le persone. […].[1]Z. BAUMAN, Meglio essere felici (Prefazione di M. Arcangeli, Trad. di C. Guarnieri), coll. Irruzioni, Castelvecchi, Roma, 2017, pp.34-43.

Come ci ricorda ancora Aristotele, l’uomo è un animale sociale. Ha dunque necessità di vivere e rapportarsi coi suoi simili in modo costruttivo e soddisfacente.

Se teniamo, inoltre, conto di ciò che asserisce il primo assioma della comunicazione, questo concetto si rafforza e diventa ancor di più una non trascurabile condicio sine qua non: “non si può non comunicare”.

Cenni biografici essenziali

Edward Hopper
Edward Hopper

Edward Hopper nasce il 22 luglio 1882 negli Stati Uniti. Dopo il diploma, tra il 1899 ed il 1900, inizia a dedicarsi allo studio del disegno a New York, in una scuola d’arte specializzata in illustrazione pubblicitaria. Più tardi continuerà la sua formazione alla New York School of Art, dedicandosi oltre che al disegno, alla pittura.

Il 1908 segna la data in cui l’artista decide di risiedere stabilmente nella Grande Mela, iniziando a muovere i primi passi sia in ambito pubblicitario, che artistico in generale.

Negli anni viaggiò molto, anche in Europa, tenendo varie ed importanti mostre, come la retrospettiva del 1933 al MoMa, quella all’Art Institute di Chicago, al City Art Museum di St. Louise e al Detroit Institute of Art, tutte e tre nel 1965.

Ricevette diversi premi e riconoscimenti, tra cui  il New York Board of Trade Salute to the Arts Award ed il Fourth International Hallmark Art Award nel 1957;  l’Art in America Annual Award, nel 1960.  Nel 1967 è alla Biennale di São Paulo, dove rappresenta gli Stati Uniti. Morirà  poco dopo così come la moglie Josephine, che mancherà un anno più tardi[2]R.G RENNER, Edward Hopper. 1882-1967. Trasformazioni del reale, Taschen, Colonia, 2015, p.95..

Hopper vive a cavallo di importanti eventi storici che lo porteranno ad osservare con occhi attenti e vigili i grandi cambiamenti sociali in atto. Dalla Grande Depressione del 1929 al Boom Economico degli anni Cinquanta, l’artista racconta di una società volta al cambiamento ed al progresso che, se per certi aspetti rappresenta un passo avanti nella civiltà, dall’altro è cagione di problematiche collaterali di non poco conto.

Ma andiamo a comprendere insieme in che modo le sue opere esprimano quanto detto.

Poetica artistica

Osservando anche solo piccola parte del vasto corpus di Hopper, è immediatamente ravvisabile un comune denominatore e cioè paesaggi, ambienti interni e della vita quotidiana totalmente desolati, oppure con presenze essenzialmente non comunicanti tra loro o solitarie. C’è un silenzio assordante nelle pitture di Hopper, quello dell’incomunicabilità, appunto, raccontata sotto diversi punti di vista.

Desidero iniziare con uno dei suoi capolavori, che amo particolarmente ed è Nottambuli del 1942, grande ed emblematica tela oggi custodita presso il Chicago Art Institute[3]R.G RENNER, Edward Hopper. 1882-1967. Trasformazioni del reale, Taschen, Colonia, 2015,p.76..

La scena si svolge in un bar della grande metropoli, ma vista dall’esterno, dalla strada. Questa scelta compositiva aiuta l’artista ad accentuare il senso di vuoto e silenzio che pervade l’immagine. Tutto è totalmente ovattato, muto. Dalle finestre degli edifici non si scorgono forme di vita, le luci sono spente. Tre nottambuli si ritrovano seduti al bancone a sorseggiare qualcosa. Un uomo di spalle, ha ordinato un drink, lontano dagli altri due avventori, un uomo e una donna, accomodati sul lato opposto. Questi ultimi sono seduti uno accanto all’altra, ma i loro sguardi sono distanti, bassi, assorti nei propri pensieri. La figura maschile stringe tra le dita una sigaretta, la donna una banconota che sembra porgere al barista. Pochi gli elementi presenti nell’ambiente, a sottolineare così ancor più, il senso di vuoto. Credo che per definire al meglio l’atmosfera che si respira in questo capolavoro sia utile citare il termine “nonluogo”, che nasce dalla riflessione dell’antropologo francese Marc Augè e spiegata nell’omonimo libro. Con questo termine egli identifica quei luoghi in cui, per effetto della modernità e della globalizzazione, tutto perde la sua identità, storicità e unicità, generando solitudine. 

Altre opere che amo particolarmente sono Due attori (1966), Sole di mattina (1952), Scompartimento C carrozza 293 (1938), Stanza a New York (1932). Nel dipinto Due attori ciò che cattura nell’immediato l’attenzione è l’inquadratura. I due protagonisti, vestiti di bianco, rievocando idealmente la figura di Pierrot, si muovono in un inchino su un palco totalmente spoglio e senza alcun riferimento alla presenza di un pubblico. Questo capolavoro è molto importante perché è considerato una sorta di testamento dell’artista. Fu il suo ultimo lavoro. I due commedianti sono, infatti, Hopper e sua moglie[4]F. GUALDOINI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Hopper, Skira Centauria, Milano, 2017, pp. 62, 64, 78, 86.. Qui il tocco di bianco dei due protagonisti conferisce un forte punto di luce che emerge dal fondo scuro,  aggiungendo personalità e pathos alla scena estremamente essenziale.

In Stanza A New York si raffigura una coppia all’interno della loro abitazione. L’inquadratura è sempre effettuata dall’esterno, prospettiva di osservazione molto gradita ad Hopper. Egli qui gioca tutto sui toni caldi, terrosi, con punte di rosso e ampio uso del giallo. L’uomo, seduto in poltrona, è assorto nella lettura del giornale. La donna gli volta le spalle. Seduta sullo sgabello del pianoforte, ne pigia indolente i tasti. Anche qui è tutto silenzio.

Il senso di solitudine è anche molto forte negli altri due dipinti sopra citati: Scompartimento e Sole di mattina. La scena è sempre in interno, acuendo il senso di isolamento dall’esterno. Nel primo quadro un’elegante giovane donna legge solitaria in un vagone. Chissà dove la condurrà quel treno. Qui il mezzo di locomozione rappresenta sicuramente un importante elemento di modernità, che ha la medesima valenza che le automobili e l’aereo rappresentavano nella pittura futurista, ad esempio. C’è sempre stato un rapporto di interscambio tra il cinema ed Hopper, dove entrambi hanno tratto reciproca ispirazione. La tematica del treno ha avuto largo successo trai pittori americani del tempo e il cinema ispira palesemente l’artista nei fotogrammi raffigurati nei suoi capolavori[5]F. GUALDOINI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Hopper, Skira Centauria, Milano, 2017, p. 64. La tela gioca sulle tonalità fredde dei vedi e dei blu, con un punto di luce bianco nello schienale del sedile. L’idea di luce appare molto forte in Sole di mattina, che è un’opera che dimostra come Hopper studiasse con attenzione proprio gli effetti luminosi. Infatti, in questo capolavoro è proprio la luce ad essere protagonista assoluta. Dalla grande finestra aperta, che sembra quasi ricondurci ad un metafisico paesaggio urbano di De Chirico, entra un chiarore che si rifrange sulla modella e sulla parete retrostante, conferendo corpo alla scena. Non dimentichiamo che Hopper è stato definito proprio “pittore della luce”. La sua pennellata fluida, pulita e gli studi sulla luce riescono, dunque, ad arricchire i dipinti di un senso di onirico inconfondibile e a inserirli in un contesto che va al di fuori dello spazio e del tempo, sospendendole in una dimensione che supera la materia.

È dunque evidente che l’arte è da sempre narrazione del tempo e dello spazio in cui nasce, caricandosi non solo di valori estetici, stilistici, tecnici e più squisitamente storico artistici, ma, come in questo caso, anche di importanti elementi sociologici e antropologici.

Opere

Note   [ + ]

1. Z. BAUMAN, Meglio essere felici (Prefazione di M. Arcangeli, Trad. di C. Guarnieri), coll. Irruzioni, Castelvecchi, Roma, 2017, pp.34-43.
2. R.G RENNER, Edward Hopper. 1882-1967. Trasformazioni del reale, Taschen, Colonia, 2015, p.95.
3. R.G RENNER, Edward Hopper. 1882-1967. Trasformazioni del reale, Taschen, Colonia, 2015,p.76.
4. F. GUALDOINI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Hopper, Skira Centauria, Milano, 2017, pp. 62, 64, 78, 86.
5. F. GUALDOINI (a cura di) I maestri dell’arte moderna. (coll.), Hopper, Skira Centauria, Milano, 2017, p. 64