Beatrice Cenci nel ritratto attribuito a Guido Reni

Tra i ritratti femminili che più incuriosiscono per le vicende legate al personaggio rappresentato, è sicuramente da annoverare quello che viene attribuito al grande pittore bolognese, Guido Reni, datato 1599, raffigurante Beatrice Cenci, giovane donna della nobiltà romana (componente di una delle più abbienti famiglie della città), condannata con alcuni membri della sua famiglia alla pena capitale, in una vicenda umana e processuale molto complessa. La sua storia ispirò addirittura note penne del recente passato come Stendhal e Dumas.

Beatrice Cenci era figlia del conte Francesco Cenci, uomo notoriamente violento, crudele e di dubbia moralità.

Si racconta che la giovane, stremata dai continui abusi, anche sessuali, da parte dell’uomo, ne organizzò l’omicidio assieme alla matrigna, ai due fratelli (anche questi ultimi tre sue vittime) e ad altri due uomini: Olimpio Calvetti, castellano, e Marzio da Fioran, maniscalco.

La morte dell’uomo avvenne secondo delle modalità che ricordano l’episodio biblico di Giaele e Sisara (contenuto nel Libro dei Giudici), scena dell’Antico Testamento che la stessa Artemisia Gentileschi, raffigurò nel 1620, chissà, forse ancor memore di quelle vicenda e del fatto che le si presentò agli occhi, ancora fanciulla, l’11 settembre 1599, assistendo alla decapitazione, per mezzo della spada del noto boia Mastro Titta, di Beatrice Cenci e della matrigna Lucrezia Petroni Velli.

Si narra che, tra la grande calca accorsa per assistere al fatto, come era usanza nelle pubbliche esecuzioni, fosse presente anche Caravaggio, la piccola Artemisia, come già detto, e il padre Orazio Gentileschi.

Nel dipinto che raffigura Beatrice, appena ventiduenne, essa appare pallida, con lo sguardo malinconico, presagendo la sua fine. La posa scelta è particolare, come colta d’improvviso, assorta nei suoi pensieri. Beatrice si volta a guardare il fruitore. In lei si scorge tutto il dissidio interiore, le sofferenze e il tragico epilogo che ne è derivato.

Ad essere protagonista è dunque lo sguardo del soggetto. La cromia semplice, ma luminosa, per via dell’uso del bianco, pone ancor più in risalto tale caratteristica. L’autore riesce a restituirci l’anima di questa donna e della sua tragedia umana. Il dipinto è conservato presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.