Architettura sacra del Barocco romano

Con lo svolgimento del Concilio di Trento, attraverso cui si reagisce alla diffusione delle dottrine di Lutero in Europa, la Chiesa disquisisce e norma relativamente a varie tematiche, tra cui quella che stabilisce precise regole rispetto alle caratteristiche che l’arte sacra deve possedere.

La consulta, riunitasi nel corso di 18 lunghi anni, dal 1545 al 1563, approva il Decreto sulle immagini proprio sul suo finire. In questo documento, viene ovviamente riconosciuto e confermato il valore dell’arte sacra ai fini teologici, ma sono fornite, soprattutto, direttive ben scrupolose sulle modalità attraverso le quali fosse imprescindibile operare in questo senso[1]J. PLAZAOLA, La Chiesa e l’arte. Dalle origini ai giorni nostri, Jaca Book, 2001, p. 203..

Questi principi non erano validi solo per la pittura e la scultura, ma lo erano anche per l’architettura.

A tal proposito, è fondamentale citare un documento molto importante, redatto da San Carlo Borromeo ed intitolato Instructionum Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae, datato 1577.

In questo corposo scritto venivano, pedissequamente, riportate tutte le caratteristiche formali proprie di un edificio sacro, ma anche delle suppellettili ad esso connesse.  Il corposo testo era redatto in due volumi in cui venivano affrontati tutti gli argomenti specifici.

In questo particolare momento storico, più che contemplare i misteri divini, si cerca la modalità e la via più consona per percorrere un cammino che garantisca al fedele di guadagnarsi la salvezza finale. In tutto questo contesto, l’architettura diventa una vero e proprio monumento di magnificenza e grandezza attraverso la cui complessità doveva essere ben chiaro al fedele l’immensità di Dio e la sua grandezza.

Ecco perché gli edifici di culto, progettati o preesistenti e modificati in questo periodo, erano ricchissimi di colore e stucchi dorati che adornavano riccamente gli spazi liturgici[2]V. GATTI, Liturgia e arte. I luoghi della celebrazione, EDB, 2002, pp.82-84..

Il Barocco a Roma

Tantissimi sono gli esempi che si potrebbero citare, scegliendo come riferimento specifico per questo testo il barocco romano, ma se ne prenderanno in esame solo alcuni tra i più rappresentate foicalizzaivi. Tra gli architetti che di più hanno operato in questo senso nella città eterna, non possiamo non citare Gian Lorenzo Bernini e le sue opere in cui scultura e architettura andavano di pari passo. È difficile scegliere e focalizzarsi su uno solo dei capolavori del Bernini architetto ed urbanista, ma è qui doveroso trattare del progetto di piazza San Pietro. La maestosa Basilica Vaticana durante il Medioevo, aveva un aspetto molto differente rispetto all’assetto attuale. In realtà, riproduceva fedelmente le primordiali caratteristiche delle basiliche paleocristiane, che erano precedute da un grande porticato esterno in cui era presente il battistero. Infatti, questo ambiente all’aperto, con ampi portici, era riservato ai catecumeni che, dopo aver ricevuto i sacramenti, potevano accedere attraverso la Porta Regia all’aula liturgica (si veda articolo sulle icone nella sezione arte sacra per ulteriori dettagli sul tema).

Dunque, il Bernini decide di lavorare su questo aspetto esterno, facendo alcune correzioni alla facciata per via delle proporzioni troppo allargate rispetto all’altezza di quest’ultima ed evitò l’allungamento della , per non penalizzare la cupola michelangiolesca. Progettò, inoltre, i famosi due campanili laterali  (già presenti nel progetto precedente di Carlo Maderno che a sua volta aveva ripreso l’idea di Bramante) e il grande colonnato ellittico che riprende armoniosamente la forme della cupola, creando una linea di visone armonica e maestosa al tempo stesso. L’idea risulta efficacissima, perché converte il quadriportico della basilica antica in una grande piazza con un linguaggio simbolico molto potente: essa è come un grande abbraccio a tutta la cristianità, è la Chiesa che accoglie tutti i suoi fedeli. Con questo espediente il Bernini ha conferito un grande senso di continuità ad unità a questa complessa architettura, nonché un ampio effetto scenografico[3]G.C.ARGAN, Storia dell’arte italiana, Vol.3 Da Michelangiolo al Futurismo, Sansoni Per la Scuola, Firenze, 1994 (ristampa), p. 269..

Egli, nel suo modo di lavorare e concepire i progetti artistici, incarna perfettamente il classico spirito barocco, in cui l’effetto stupore, sorpresa e la scenografia complessa, pregna della magnificenza che ne deriva, dovevano essere segni tangibili e ravvisabili nell’immediatezza, riflesso del potere sia temporale che spirituale, come nel caso specifico.

Un altro edifico molto interessante è la Chiesa dei Santi Luca e Martina (1634-1650), la cui facciata è opera di Pietro da Cortona. Nel suo progetto, l’artista inserisce un espediente che riprende da Michelangelo e che questi aveva applicato nella Laurenziana e cioè un insieme di cornici, colonne e lesene che conferiscono grande plasticità. Le colonne, infatti, risultano maggiormente incassate all’interno della superficie, lasciando emergere maggiormente le lesene. Tutto questo fa in modo di armonizzare il tutto  con la splendida cupola.

La Chiesa di San Marcello al Corso (1683), costituisce un ulteriore importante esempio di architettura secentesca, in cui la facciata appare ampia per le sue ali laterali che si congiungono idealmente attraverso il motivo naturalistico della palma, posta al centro in alto[4]G.C.ARGAN, Storia dell’arte italiana, Vol.3 Da Michelangiolo al Futurismo, Sansoni Per la Scuola, Firenze, 1994 (ristampa),  pp. 290-295..

Anche la celeberrima Chiesa del Gesù è capolavoro barocco d’eccellenza,  noto anche per le grandi opere di pregio che vi sono custodite all’interno, come il maestoso affresco dagli effetti illusionistici straordinari, allocato sulla volta e raffigurante La Gloria del Nome di Gesù, considerato capolavoro indiscusso di Giovan Battista Gaulli, detto Baciccio o Baciccia.  Sia la facciata che gli interni incarnano la ricercata estetica controriformistica nella ricchezza e nelle peculiarità degli elementi costitutivi. La chiesa, voluta da Sant’Ignazio di Loyola nel 1551, e luogo della sua sepoltura, vide un progetto iniziale di Nanni di Baccio Biggio, fiorentino, ed il coinvolgimento, nel tempo, di diverse personalità dell’epoca come Michelangelo (con un progetto del 1554, mai realizzato) ed il Vignola. A completare i lavori fu Giacomo della Porta nel 1575[5]Sito web Chiesa del Gesù..

Questi si configurano, dunque, solo come alcuni piccoli riferimenti, che però si propongono di inquadrare  i caratteri essenziali e generali dell’architettura sacra del XVII secolo.

Fotogallery

Copyright foto[6]1 – Di Luca Casartelli;
2 – Di © José Luiz Bernardes Ribeiro;
3 – Di Sailko – Opera propria;
4 – Di Giovan Battista Gaulli – Photo: LivioAndronico.

Note   [ + ]

1. J. PLAZAOLA, La Chiesa e l’arte. Dalle origini ai giorni nostri, Jaca Book, 2001, p. 203.
2. V. GATTI, Liturgia e arte. I luoghi della celebrazione, EDB, 2002, pp.82-84.
3. G.C.ARGAN, Storia dell’arte italiana, Vol.3 Da Michelangiolo al Futurismo, Sansoni Per la Scuola, Firenze, 1994 (ristampa), p. 269.
4. G.C.ARGAN, Storia dell’arte italiana, Vol.3 Da Michelangiolo al Futurismo, Sansoni Per la Scuola, Firenze, 1994 (ristampa),  pp. 290-295.
5. Sito web Chiesa del Gesù.
6. 1 – Di Luca Casartelli;
2 – Di © José Luiz Bernardes Ribeiro;
3 – Di Sailko – Opera propria;
4 – Di Giovan Battista Gaulli – Photo: LivioAndronico.